In occasione del centenario della nascita di Vittorio Bachelet, Sapienza Università di Roma e Azione cattolica italiana, in collaborazione con l’Istituto Vittorio Bachelet, il 20 e 21 febbraio scorso, hanno promosso a Roma un convegno per ricordarne l’impegno civile ed ecclesiale. Presente ai lavori anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Per gentile concessione dell’autrice proponiamo qui di seguito il testo della relazione tenuta da Rosy Bindi.
Magnifica Rettrice, signor Vicepresidente del Csm, autorità tutte, carissimi Maria Grazia e Giovanni, cari studenti,
Sa bene il presidente dell’Ac, con quanta trepidazione ho accettato di svolgere il mio intervento per ricordare a cento anni dalla nascita il mio professore, soprattutto qui, all’Università, luogo dove si è consumato il suo martirio, martirio laico come lo definì il cardinal Martini. Perché:
“Non fu colpito nell’esercizio delle sue responsabilità ecclesiali, né per esse fu ucciso, né in rapporto esplicito con la sua professione di fede, bensì nel cuore della sua professionalità e della sua fedeltà aservizio della città degli uomini, a servizio della pace, della giustizia, della democrazia”.
Credo che dovremo ripartire da questa certezza in questo anno che ci vedrà impegnati a ripercorrere la vita di Vittorio Bachelet e leggere le sue opere nella luce del suo martirio laico in virtù del quale tutto prende un significato nuovo, trova un sigillo indelebile, si proietta ben oltre il suo tempo.
La nostra generazione è stata privata troppo presto di maestri, di padri e madri dei quali avvertiamo un’assenza incolmabile, una nostalgia inconsolabile.
Vorremmo che fossero ancora tra noi. Vorremmo poter rivolgere loro tante domande. Vorremmo farci aiutare a cercare il giusto orientamento nel cambiamento di epoca che stiamo vivendo, a ritrovare noi stessi nello smarrimento della preziosa eredità che ci hanno lasciato.
Non ci sarà concesso di chiederci cosa penserebbe oggi Vittorio Bachelet. Come si comporterebbe, con quali pensieri larghi e profondi – come era solito fare – descriverebbe la realtà della nostra Italia, dell’Europa, del mondo intero. Noi possiamo solo attingere al suo insegnamento e fare la nostra piccolissima parte nel tempo che ci è dato di vivere, sforzandoci di essere almeno un po’ riconoscenti.
E per farlo non trovo parole migliori di quelle di Carlo Alfredo Moro, uno dei suoi amici più cari, pronunciate all’Azione cattolica nel 1985:
“È difficile parlare di Vittorio Bachelet rispettandone fino in fondo la sua personalità schiva, che non amava le esaltazioni, che aborriva ogni accenno che potesse, anche alla lontana, sembrare retorico, che privilegiava sempre le cose semplici ed essenziali alle grandi ricostruzioni teoriche, che sapeva usare con tanta finezza l’arma dell’autoironia.
Vi è una preghiera di Tommaso Moro – aggiungeva – che potrebbe essere stata, sia pure con altre parole, la sua preghiera quotidiana: ‘Dammi la salute del corpo con il buon umore necessario per mantenerla. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo invadente che si chiama ‘io’. Dammi il senso dell’umorismo per comprendere uno scherzo affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne parte agli altri’”.
Chi lo ha conosciuto, sa che quella preghiera veniva ascoltata, perché non lo abbiamo mai visto crucciato per il suo IO ed è forse perciò che il tratto principale della sua personalità era la capacità di ascolto delle ragioni degli altri, e quindi del dialogo, della riconciliazione. A lui si può ben attribuire quanto ebbe a dire di Domenico De Caridi, magistrato e presidente dell’Azione Cattolica di Reggio Calabria “era il solo che possedesse la capacità di trasformare, con un semplice intervento, uno scontro di tesi in un incontro di anime”.
Bachelet è stato il limpido testimone di quella generazione di laici cattolici cresciuti nella Fuci di mons. Montini, di Aldo Moro, che ha dato un contributo indelebile alla vita del nostro Paese.
A quella scuola aveva imparato a cercare l’unità dei valori umani e dei valori cristiani, l’armonia tra i diritti e i doveri del cittadino e del cristiano, la sintesi tra la scienza e la fede, tra la libertà e l’obbedienza. Aveva imparato a non dissociare, pur della distinzione, vita della chiesa e servizio alla comunità civile e politica.
Era anche uno di quei giovani nelle cui mani Pietro Calamandrei consegnò idealmente la Costituzione con l’invito a: “darle il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la vostra coscienza civica”.
Bachelet non verrà meno a questo invito, con la sua originale sensibilità e coscienza civica. In una stagione difficile, segnata dalla fine dell’immane tragedia bellica, l’Italia appare ancora un paese lacerato e per il quale il giovane laureato in giurisprudenza avverte in primo luogo l’urgenza di una ricostruzione insieme materiale e spirituale. Sarà sempre mosso da questa tensione verso la rigenerazione dell’umano, presupposto della ricostruzione di una nuova convivenza che ponga al centro il valore della pace, l’accoglienza reciproca, il confronto, il superamento della categoria del nemico.
Con questa tensione morale e civile, è stato un costruttore della democrazia italiana.
La passione politica al servizio della democrazia
Vittorio Bachelet era animato da un’autentica passione politica che però non fu mai monopolizzata né dalla militanza di partito né dalle responsabilità istituzionali.
La sua concezione della politica era funzionale alla sua concezione di democrazia. La democrazia, ne era convinto, vive della partecipazione di tutti e di ciascuno, come singoli e nelle formazioni sociali. Si alimenta della fatica di ciascuno nel costruire il bene comune attraverso l’esercizio della propria professione, l’animazione sociale, lo studio, l’elaborazione culturale, la crescita economica, la partecipazione sindacale.
Spetta certamente alla politica e alle sue istituzioni costruire la sintesi che renda ragione del pluralismo sociale, culturale, religioso del Paese.
Ma se la difficoltà dei partiti a perseguire l’interesse generale, a costruire il bene comune è spesso da attribuire allo smarrimento dell’ispirazione ideale, ai comportamenti sbagliati dei singoli o alla scarsa qualità della loro formazione, ai cedimenti nei confronti degli interessi dei più potenti, alle gabbie ideologiche, alla complessità dei processi istituzionali è anche vero che per Bachelet nessuno – dai singoli cittadini e professionisti alle associazioni sociali, economiche o religiose – può sottrarsi alla responsabilità di valutare le conseguenze pubbliche del suo agire privato. Tutti insomma, secondo Bachelet, devono interrogarsi sui risultati positivi o negativi che possono derivare per la Repubblica dal perseguimento, anche legittimo, degli interessi della propria parte.
Questa visione della politica non ha mai sminuito il ruolo dei partiti ai quali Bachelet attribuiva, insieme alle altre formazioni sociali, il compito fondamentale di articolare i rapporti fra le masse (oggi diremmo cittadini) lungo un cammino di partecipazione consapevole e responsabile alla vita dello Stato. Un ruolo, insomma, insostituibile per la formazione della coscienza popolare e democratica.
Tanto più necessari, apparivano i partiti a Bachelet, in un tempo nel quale la solitudine del singolo rispetto alle grandi trasformazioni può davvero privarlo della sua stessa dignità.
Commentando l’enciclica Pacem in terris, scriveva:
“Siamo spettatori di un’evoluzione delle società politiche, che matura, sia pure con lentezza e con sconcertanti contrasti, posizioni di responsabilità in ceti sempre più larghi di cittadini; e siamo contemporaneamente spettatori di un processo per cui si fanno ogni giorno più penetranti poteri di cui la pubblica autorità può disporre per lo sviluppo civile o invece per il mortificante dominio o addirittura per la distruzione dei popoli”.
E già avvertiva le contraddizioni della trasformazione in atto nelle dinamiche degli assetti istituzionali e sottolineava:
“Il più totalitario dei dittatori ha oggi bisogno alla lunga di persuadere i suoi sudditi con la propaganda, perché non gli è sufficiente ordinare per essere ubbidito (anche se ha molti mezzi per farsi ubbidire comunque con la forza e con il terrore). Il più democratico dei governi ha oggi poteri di condizionamento e di influenza nei confronti del complesso dei cittadini, maggiori di quelli che non avesse il Re Sole (anche se i diritti dei cittadini sono oggi ben più garantiti e fatti valere negli Stati democratici)”.
È con queste preoccupazioni che va compresa l’appartenenza, che definirei convinta, di Bachelet alla Democrazia cristiana, partito al quale non fece mai mancare il sostegno elettorale e nelle cui file fu eletto al Consiglio comunale di Roma nel 1976.
Fin dagli anni giovanili accompagnerà il cammino del partito di Alcide De Gasperi e di Aldo Moro con la sua riflessione culturale soprattutto sulle riviste “Civitas” e “Studium”. In quel partito, caratterizzato da una pluralità di correnti di pensiero, potrebbe apparire naturale la sua vicinanza al gruppo dei più giovani costituenti come Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira, con i quali condivideva la formazione religiosa e culturale e ai quali può essere avvicinato per il ruolo riconosciuto allo Stato democratico, non semplicemente regolatore, ma promotore e garante dei diritti e delle libertà di ciascuno, costruttore di uguaglianza.
Lo Stato democratico del quale Giuseppe Dossetti invitava i cattolici a non avere paura, come Vittorio Bachelet ne incoraggiava la partecipazione attraverso l’impegno sociale, la militanza partitica e una profonda formazione culturale e spirituale.
Tuttavia, come è stato ampiamente sostenuto, Bachelet si riconosceva pienamente nel riformismo di Alcide De Gasperi, più volte indicato come “maestro non solo di arte politica, ma soprattutto di coerenza vitale, di rigore morale”. Un “servitore del bene reale e possibile del suo popolo” che rifuggiva “da ogni demagogia, ogni miticizzazione, ogni cesarismo, ogni atteggiamento da superuomo, ogni appariscenza”. Parole che colgono il vero significato dell’abitudine che il grande statista aveva di firmarsi Quidam de populo.
Il senso dello Stato che gli veniva riconosciuto scaturiva dal senso vivo dell’appartenenza alla comunità dei suoi e dal contatto morale stabilito tra lo statista e le persone comuni, nella ricerca del possibile e del giusto.
Il sostegno alla Dc era certamente motivato dalla convinzione che il progetto e il programma politico del partito fossero i più adeguati a costruire le basi del nuovo Stato che doveva coniugare i principi del costituzionalismo liberal-democratico con il progetto di democrazia sostanziale contenuto nella nostra Carta. Una democrazia capace di assicurare l’equilibrio e la sintesi tra libertà e giustizia, tra diritti fondamentali e diritti sociali.
Da qui anche la sua ferma condanna di ogni forma di totalitarismo. Se la nuova Italia nasceva dalla lotta di liberazione dal nazifascismo, il suo futuro non poteva non poggiare sulla consapevolezza del pericolo rappresentato dal regime sovietico.
Molte sono le pagine nelle quali invitava a riflettere sui rischi del comunismo e sulla minaccia rappresentata all’imperialismo sovietico. Tuttavia, pur sapendo con nettezza da che parte stare – soprattutto sul versante internazionale non ebbe mai dubbi sull’adesione al Patto atlantico mentre sosteneva con convinzione il processo di unificazione europea – non smise mai di interrogarsi sulle motivazioni del consenso popolare che il partito comunista italiano raccoglieva anche tra i cattolici. E nel confronto culturale e politico, anticipò la [doverosa] distinzione indicata da Papa Giovanni tra le ideologie, i movimenti storici e le persone.
Anche in virtù di questa sensibilità la sua vicinanza ad Aldo Moro non ha origine soltanto nella comune appartenenza alla Fuci e all’azione cattolica, all’amicizia che lo legava al fratello, al percorso degli studi e dell’intera formazione, ma si alimentava della condivisione del progetto politico che il presidente della Democrazia cristiana perseguirà incessantemente e gradualmente: quello di allargare la base democratica delle istituzioni e di coinvolgere le forze popolari di ispirazione socialista e comunista nel governo del Paese per realizzare compiutamente il processo democratico. Progetto che costò la vita al leader Dc e che ha condizionato pesantemente il futuro dell’Italia e persino il sogno di un nuovo e pacifico ordine internazionale.
Da giurista
Vittorio Bachelet ha esercitato la sua responsabilità democratica da studioso di diritto amministrativo. Nessun giurista si è adoperato come lui per legare l’Amministrazione alla Costituzione.
Si è misurato con la forza vivificante dei principi costituzionali, per verificare la loro attuazione nella regolamentazione delle strutture del nuovo Stato costituzionale. Ma ha anche rintracciato i retaggi normativi, culturali e istituzionali del regime prefascista e fascista per adeguarli ai valori della Legge fondamentale della Repubblica o per imporre il loro definitivo abbandono.
Un lavoro svolto con rigoroso metodo giuridico ma con lo sguardo rivolto ai problemi del Paese che, come ebbe ad affermare Giovanni Marongiu “occupavano il suo cuore così come preoccupavano la sua epoca terribile, dopo il crollo delle ideologie totalitarie, la fine di una guerra mondiale, il lento e travagliato inizio di un nuovo regime politico nel nostro Paese”.
Lo fece da studioso, al più da “professionista” con lo spirito disponibile e umile descritto nel suo intervento al Convegno nazionale del Movimento laureati di Azione cattolica del 1959; ben disposto a non assumere una posizione di guida che avesse rilevanza politica (“i professionisti e gli studiosi possono essere pessimi dirigenti politici e pessimi amministratori”), ma pienamente avvertito del fatto che “connaturale alla funzione del professionista e dello studioso è quella di essere consigliere: non solo ricercato, ma anche spontaneo […]: con l’umiltà, appunto, di sapere in partenza che il consiglio potrà non essere seguito, ma con la consapevolezza che sarà non per questo meno utile”.
I suoi “consigli” non restarono inascoltati. La forza e la novità delle sue proposte interpretative e di ricostruzione democratica, la loro sintonia con i bisogni della società del tempo influenzarono fortemente la politica, impegnata a promuovere le necessarie riforme degli apparati dello Stato. In particolare nei settori dell’amministrazione militare e della gestione pubblica dell’economia, due ambiti tra i più delicati alla luce dei condizionamenti culturali d’impronta corporativa e fascista che ancora gravavano.
Due settori nei quali appariva più urgente la necessità di stabilire un nuovo equilibrio tra autorità e libertà di cui lo Stato democratico doveva farsi interprete assicurando l’effettività dei diritti, divenendo operatore economico per promuove la ricostruzione e la crescita, creando le condizioni per la partecipazione di tutti alla vita democratica ma rimuovendo l’opacità degli ordinamenti separati.
Costruttore di democrazia condivisa nella responsabilità istituzionale
Della sua esperienza di vicepresidente del Csm, voglio condividere un particolare del quale sono venuta a conoscenza solo qualche anno fa e che contiene secondo me un significato straordinario. Si tratta del verbale della riunione del plenum di giovedì 7 febbraio del 1980, l’ultimo presieduto insieme al presidente della Repubblica Pertini, che non porta la sua firma perché il 12 febbraio, il martedì successivo, fu assassinato.
Era stato un plenum particolarmente delicato, durante il quale venne approvato un documento che scongiurò una vera e propria crisi istituzionale, provocata da una interpellanza parlamentare firmata da alcuni senatori democristiani che sollevavano il sospetto di collusione tra alcuni magistrati e il terrorismo. Più giusto sarebbe dire che quel verbale fu firmato con la sua stessa vita. La ritrovata intesa istituzionale, in una stagione drammatica per il nostro Paese, è stata pagata con il sacrificio di un uomo che ha servito l’unità, il dialogo e la condivisione non solo del Csm che presiedeva, ma di tutte le altre istituzioni.
Nel discorso di insediamento Bachelet definiva “drammatico” il momento che stava vivendo la magistratura, per il malessere che attraversava l’amministrazione della giustizia, caratterizzata da disfunzioni e carenze delle strutture giudiziarie; e soprattutto per la recrudescenza delle violenze politiche e della criminalità. Ma al tempo stesso assicurava l’adozione di un metodo teso a promuovere la convergenza e la sintesi verso obiettivi di bene comune al di là delle posizioni di ognuno.
Sarà il vicepresidente di un Csm eletto per la prima volta con il metodo proporzionale, formato da un numero maggiore di consiglieri, nel quale troveranno rappresentanza le varie componenti della magistratura:
“La maggiore rappresentatività del Consiglio – dirà in un’intervista al “Mattino” – ha consentito una ampiezza, varietà e vivacità di apporti che hanno costituito certamente una ricchezza per il dibattito consigliare. Anche se qualche volta il lavoro ne è risultato appesantito… È una realtà estremamente variegata in cui non ci sono maggioranze precostituite: con l’interesse e i rischi che questa situazione comporta…”.
Consapevole dei compiti affidati all’organo costituzionale (garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e dei singoli giudici e le condizioni per un buon andamento della giustizia), richiamava lo spirito di “largo incontro” che tutti i componenti gli avevano assicurato, per condurre con speditezza i lavori e insieme “ottenere la corresponsabilità di tutti”; sottolineava il contributo “al comune lavoro” e la “volontà di collaborare” e l’impegno a “trovare le più larghe convergenze”.
In Bachelet la ricerca di punti di incontro e l’approdo a conclusioni di sintesi e non di supremazia di una parte sull’altra, erano tratti connaturati nella sua vocazione di servizio verso la comunità e le istituzioni.
E non si stancava di ribadire la necessità di un’intesa profonda. Così nella commemorazione del magistrato Riccardo Palma, assassinato il 14 febbraio del 1978, sottolineò che i disegni disgreganti della criminalità politica e del terrorismo potevano essere contrastati con la mobilitazione di tutte le istituzioni, e soprattutto con una “concorde opera di promozione della coscienza democratica”. E invitò i componenti del consiglio alla corresponsabilità, alla “ripresa di un lavoro urgente, tenace e concorde da parte di tutti perché sia promossa e tutelata nel nostro paese la libertà, la sicurezza della civile convivenza”.
Tutto ciò con la chiara consapevolezza dell’importanza del Consiglio superiore negli equilibri fissati dalla Costituzione per garantire la stabilità dello Stato.
E al presidente della Repubblica Sandro Pertini, sul punto certamente in sintonia con lui, Bachelet così lo definiva: “costituisce uno di quei delicati strumenti costituzionali di autonomia e di collegamento che sono essenziali per un equilibrato e libero sviluppo delle istituzioni democratiche”.
E aggiungeva:
“Di autonomia e di collegamento ha bisogno, oggi come ieri e forse più di ieri, l’ordine giudiziario. Un’autonomia che garantisca sempre meglio la indipendenza e quindi la imparzialità dei giudici, tanto più necessaria in una fase di così rapida trasformazione della società e degli ordinamenti giuridici nel cui travaglio, la magistratura non vuole essere un corpo separato, ma neppure un legno alla deriva; un collegamento con la società e con le altre istituzioni dello Stato che consente all’ordine giudiziario di rispondere meglio all’antica e nuova domanda di giustizia, ma anche di ottenere quegli strumenti il cui apprestamento appartiene alla responsabilità di altri poteri dello Stato, che sono indispensabili per il funzionamento della tempestività dell’amministrazione della giustizia”.
Scelta religiosa e laicità
A conclusione di questo intervento, vorrei condividere con voi quello che a me sembra il contributo più prezioso offerto da Vittorio Bachelet alla democrazia del nostro Paese. La testimonianza di una vita nella quale troviamo la sintesi di essere cristiano laico nella Chiesa e essere cristiano servitore delle istituzioni in uno Stato laico.
Questa sintesi ha trovato l’espressione più alta nel cammino di rinnovamento dell’Azione cattolica italiana, in quella che allora abbiamo chiamato “scelta religiosa”.
Con la “scelta religiosa”, l’Ac guidata da Bachelet abbandonò la stagione del “collateralismo” con la politica attiva e con la Democrazia cristiana, per affermare nell’associazione il primato della Parola e dell’Eucarestia, della formazione, del servizio alla Chiesa, dell’evangelizzazione e promozione umana.
Bachelet non fece una scelta intimistica ma seppe leggere i segni del suo tempo e con la Chiesa del Concilio volle riscoprire la centralità del Vangelo. E come amava ripetere: quando l’aratro della storia scava a fondo è necessario gettare seme buono. Quel seme è il Vangelo dal quale tutto il resto prende significato, anche l’impegno culturale, sociale, politico. Superando così l’illusione che il Vangelo possa essere annunciato ricorrendo agli strumenti del potere.
Nella visione conciliare, il servizio dei cristiani nel mondo passa attraverso la formazione alla responsabilità personale e civile. Il laico cristiano è chiamato a “essere nel mondo senza essere del mondo”, con uno stile sobrio, dialogico, mai di giudizio, sempre con uno spirito di servizio, mai di dominio. Per servire il bene comune, non il proprio tornaconto o l’interesse del proprio gruppo di appartenenza. Significa impegnarsi nella comunità civile e politica, nelle istituzioni, nella cultura secondo criteri di laicità e discernimento.
L’impegno politico, era questa la lezione di Bachelet, è una responsabilità personale che il cristiano svolge senza che nelle sue scelte venga chiamata in causa la Chiesa che invece deve restare libera di annunciare il Vangelo a tutti, anche a chi fa scelte politiche diverse. Partecipa alla vita della comunità politica al pari di ogni altro cittadino, offre le proprie idee, la propria visione, ma ricerca e costruisce con tutti gli altri il bene possibile. Superando così ogni forma di strumentalizzazione della fede, della Chiesa e della religione da parte della politica.
Bachelet ha contribuito così a far crescere nei cattolici italiani un autentico senso dello Stato.
Si è adoperato per formare una moltitudine di donne e di uomini che partecipano alla vita della comunità da cittadini fedeli alla Repubblica, rispettosi della Costituzione e delle leggi come recita l’art. 54 della nostra Costituzione.
Date a Cesare quel che è di Cesare restituite a Dio quello che è di Dio
Bachelet ci ha insegnato che solo chi è capace di restituire a Dio la propria vita è anche capace di servire la comunità dei suoi e di onorare l’irrinunciabile valore democratico della laicità, iscritto con sapienza nella Costituzione italiana. Il nostro presidente della Repubblica, e tutti coloro che sono chiamati ad esercitare le loro responsabilità in nome e per conto del popolo non giurano né sulla Bibbia né sul Corano, giurano sulla Costituzione perché al loro Dio rispondono con la loro coscienza, al popolo italiano esercitando il potere nelle forme e nei limiti previsti dalle leggi e dalla Costituzione.

