Martedì 27 gennaio è stato disattivato, a Tel Aviv, l’orologio che contava il numero di giorni trascorsi dal 7 ottobre 2023 senza la liberazione di tutti gli ostaggi sequestrati da Hamas e da altre organizzazioni armate palestinesi in occasione del più grave attacco terroristico compiuto sul territorio israeliano dalla fondazione dello Stato. Con il rientro in Israele, la sera precedente, della salma di Ran Gvili dopo 843 giorni, tutti gli ostaggi catturati il 7 ottobre sono «tornati a casa», secondo l’espressione ricorrente nelle numerose manifestazioni che si sono svolte in Israele negli ultimi due anni. Tra le frasi utilizzate nei giorni successivi vi è «oggi è l’8 ottobre», a indicare la possibilità — almeno simbolica — di voltare pagina, pur nella consapevolezza delle profonde ricadute di più di due anni di guerra sulla società israeliana. Basti pensare ai numerosi casi di persone che presentano sintomi riconducibili ai disturbi da stress post-traumatico.
La prima fase del piano Trump: come è andata a Gaza?
Nulla di tutto questo può dirsi della Striscia di Gaza e della sua popolazione, la cui situazione continua a essere assolutamente drammatica. E se è vero che il rientro di tutti gli ostaggi costituiva la condizione necessaria per il passaggio dalla prima alla seconda fase del cosiddetto “piano di pace di Trump”, reso noto il 29 settembre 2025 e adottato dalle Nazioni Unite tramite la Risoluzione n. 2803 del 17 novembre successivo, è altrettanto vero che permangono numerosi dubbi su tale transizione.
Il “piano Trump”, seppur non ne facesse espressamente menzione, si articolava di fatto in tre fasi. La prima prevedeva la conclusione delle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza e lo scambio di tutti gli ostaggi ancora detenuti — vivi o morti — da Hamas e dalle altre organizzazioni palestinesi, in cambio della liberazione di un numero concordato di prigionieri palestinesi. L’avvio della seconda fase era subordinato al rimpatrio dell’ultimo ostaggio e si articolava attorno a cinque elementi fondamentali: l’ingresso nella Striscia di una Forza di stabilizzazione internazionale, incaricata di garantire la sicurezza e, soprattutto, di accompagnare il processo di smilitarizzazione di Hamas; la creazione di un Board of Peace, che avrebbe dovuto garantire un percorso di pace tra israeliani e palestinesi; l’insediamento di un gruppo di tecnocrati palestinesi, incaricati della gestione politico‑amministrativa della Striscia; il ritiro delle forze militari israeliane ancora presenti sul territorio; un incremento significativo degli aiuti umanitari, considerato essenziale per far fronte alla devastazione prodotta dalle operazioni militari israeliane. La terza fase avrebbe dovuto iniziare dopo la realizzazione di tutti questi elementi, vale a dire «durante l’avanzamento della ricostruzione di Gaza» e allorché fosse stato implementato un nuovo «programma di riforme dell’Autorità Palestinese», dando vita ad «un percorso credibile per l’autodeterminazione e la statualità palestinese».
Prima di presentare le questioni principali che la seconda fase del cosiddetto “cessate il fuoco” dovrà affrontare, ritengo sia necessario fare un passo indietro e tracciare un bilancio della prima fase, iniziata il 10 ottobre. Se è possibile individuare qualche elemento positivo, vi sono stati tuttavia numerosi fattori estremamente critici. L’aspetto positivo principale è stato rappresentato dalla cessazione dei bombardamenti più intensi e dall’interruzione delle operazioni militari via terra. La popolazione della Striscia, sottoposta a una violenza inaudita nei due anni precedenti, era esausta, piegata da bombardamenti devastanti e da una crisi umanitaria di estrema gravità. In questo contesto, il “cessate il fuoco” ha costituito una fondamentale boccata d’ossigeno. Tuttavia, come è apparso evidente nei giorni successivi, il piano di pace non ha determinato una reale cessazione delle ostilità. Lo dimostra il fatto che, da allora, le forze israeliane hanno ucciso oltre 500 palestinesi, più di trenta dei quali nella sola giornata di sabato 31 gennaio. A questo dato, già di per sé allarmante, si sono aggiunti ulteriori elementi negativi, tra cui il mantenimento di truppe israeliane al di là della cosiddetta “linea gialla”: una linea tratteggiata con piloni di colore giallo che corre parallelamente alla frontiera tra la Striscia e Israele. Quest’area — totalmente disabitata poiché ai palestinesi non è consentito l’accesso — costituisce circa il 53% del territorio complessivo della Striscia. Di conseguenza, quasi due milioni di persone sono state – e tuttora lo sono – confinate nel restante 47% del territorio, uno spazio di poco più di 150 km². Infine, i camion di aiuti umanitari previsti dal “piano di pace” non sono entrati nella Striscia secondo quanto stabilito. Il piano prevedeva infatti l’ingresso di 600 camion al giorno e, sebbene i dati su questo divergano, certamente ne sono entrati molti di meno, con il risultato che la situazione umanitaria è rimasta estremamente critica.
Come detto, questa prima fase si è formalmente conclusa nell’ultima settimana di gennaio, quando la salma dell’ultimo ostaggio è rientrata in Israele e quando il presidente statunitense Trump, nel corso del Forum di Davos, ha espressamente dato avvio alla seconda fase. Se la prima fase è stata, come detto, certamente problematica, il passaggio alla seconda si presenta caratterizzato da numerose incognite che lasciano seri dubbi sulla concreta possibilità che venga implementata.
Il “Board of Peace” e le istituzioni collegate
La prima incognita riguarda il cosiddetto Board of Peace e la compresenza di altri quattro istituzioni i cui ruoli sono ad oggi ancora piuttosto confusi. Vale subito la pena osservare come la scelta del termine Board — e non Council, che rimanderebbe più chiaramente a una dimensione politico‑istituzionale — richiami un’impostazione di taglio economico‑finanziario. Questo Consiglio di pace è composto da capi di Stato invitati da Donald Trump e da lui presieduto. Il mandato dei membri ha una durata triennale, rinnovabile, fatta eccezione per quei paesi che aderiscono contribuendo con oltre un miliardo di dollari nel primo anno, ai quali è riconosciuto lo status di membri permanenti.
Il Board of Peace, i cui compiti sono piuttosto vaghi, è affiancato da un secondo organo, l’Executive Board [Comitato Esecutivo], incaricato di definire l’agenda del Consiglio per la pace. Ne fanno parte, tra gli altri, Steve Witkoff, inviato speciale americano; Jared Kushner, genero di Trump; esponenti dell’amministrazione statunitense, come il Segretario di Stato Marco Rubio e il vice consigliere per la sicurezza nazionale Robert Gabriel, oltre al presidente della Banca Mondiale Ajay Banga, e all’ex Primo ministro britannico Tony Blair. Questi due organi sono affiancati da un terzo, l’Ufficio dell’Alto Rappresentante, guidato dall’ex Coordinatore delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, che svolge la funzione di collegamento operativo tra il Consiglio per la Pace e il National Committee for the Administration of Gaza [Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza]. Prima di passare a quest’ultimo soggetto, occorre tuttavia menzionare anche il Gaza Executive Board [Consiglio Esecutivo di Gaza], organo che affianca l’Alto Rappresentante e il cui mandato appare molto poco definito. Ne fanno parte, tra gli altri, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico qatariota Ali Al Thawadi, il capo dell’intelligence egiziana Hassan Rashad.
Infine, vi è il già menzionato Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, organismo tecnocratico palestinese posto sotto la supervisione dell’Alto Rappresentante. Esso è guidato da Ali Shaath, già vice-ministro dei Trasporti dell’Autorità Palestinese, ed è composto da altri 14 esponenti della società civile e della politica palestinese di Gaza. Al comitato è affidata la gestione delle funzioni civili e amministrative della Striscia nella fase di transizione. Già questo complesso intreccio istituzionale mostra la grande confusione che regna nel definire ruoli e competenze. L’unico elemento veramente chiaro è che Trump funge da punto di riferimento dell’intero impianto, e risulta pertanto plausibile ritenere che a lui — o a chi da lui delegato — spetti l’ultima parola anche sulle questioni più strettamente amministrative, formalmente attribuite al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza. Peraltro, quest’ultimo è l’unico organo a includere rappresentanti palestinesi e non è un caso che sia il meno rilevante tra tutti, benché sia quello cui dovrebbe competere la concreta amministrazione della Striscia (o di ciò che ne rimane). A ciò si aggiungono interrogativi sostanziali: quale sarà il suo effettivo margine di manovra? Quali poteri reali avrà nella gestione quotidiana della Striscia? Non manca, a questo proposito, la sensazione di un ritorno a logiche di controllo esterno di tipo coloniale, che i palestinesi speravano di avere superato. Resta infine da chiarire in che modo tale comitato si relazionerà con Hamas e come affronterà la presenza, l’influenza o l’eventuale resistenza del movimento nel nuovo assetto.
Forze internazionali, futuro di Hamas, condizioni umanitarie
La seconda incognita riguarda la Forza di stabilizzazione internazionale: quale paese manderà le proprie truppe? La Turchia e l’Egitto, che avevano inizialmente manifestato la loro disponibilità, sono stati bloccati da Israele. Resta dunque da capire quale altro Stato accetterà un compito tanto impegnativo, considerando che l’aspetto più delicato consisterebbe nello smantellamento dell’apparato militare di Hamas.
La terza incognita concerne proprio il futuro di Hamas. Quali spazi di sopravvivenza politica o militare le saranno concessi? L’organizzazione verrà completamente eliminata? E, soprattutto, cosa sorgerà al suo posto?
La quarta incognita – senza dubbio la più urgente – riguarda il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione gazawi. Fino a che punto, in questa seconda fase, aumenterà l’ingresso di aiuti umanitari? Verranno ammessi mezzi per spalare, spostare e riutilizzare le tonnellate di macerie in cui è ridotta la Striscia di Gaza? Potrà quindi partire la reale ricostruzione delle infrastrutture, ivi comprese le abitazioni private, distrutte? Il valico di Rafah, teoricamente aperto il 2 febbraio, sarà realmente funzionante? Quali e quanti palestinesi potranno lasciare la Striscia? Chi potrà rientrare, visto che sono tra gli 80.000 e i 100.000 i palestinesi che si trovano in questo momento in Egitto?
La questione politica palestinese
Allargando lo sguardo oltre la già molto incerta seconda fase del piano di pace, emergono ulteriori interrogativi di ordine più generale, interrogativi che il piano non affronta, se non in minima parte. Il primo riguarda il governo israeliano, cui non è chiesto alcun tipo di impegno nel permettere la realizzazione del piano, potendo decidere, ad esempio, sull’ingresso degli aiuti umanitari e, dunque, sull’effettiva ricostruzione della Striscia. Il secondo concerne la politica palestinese. Quale ruolo avrà l’Autorità Palestinese? Quale assetto istituzionale si può configurare se Hamas venisse dissolta, ipotesi questa alquanto peregrina? Esiste uno spazio politico per figure come Marwan Barghouti, senza dubbio il più popolare leader palestinese, in carcere in Israele da più di venti anni?
Si tratta di questioni inerenti alla sfera politica, che il piano sostanzialmente non discute, se non attraverso il ricordato vago riferimento alla creazione di quella che sarebbe una versione “ridotta” di Stato palestinese solo dopo lo smantellamento di Hamas e una serie di riforme che l’Autorità Palestinese dovrebbe intraprendere. Questo accenno, peraltro, è stato inserito soltanto su richiesta dei paesi arabi, che hanno esercitato una forte pressione su Trump, mentre Netanyahu ha subito dichiarato di non condividerlo, pubblicando un post su X in cui affermava: «la nostra opposizione a uno Stato palestinese in un’area qualsiasi non è cambiata». La questione più grave è proprio l’assenza del solo elemento che può consentire una pace tra israeliani e palestinesi: il riconoscimento effettivo del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e, dunque, alla statualità. Si tratta del nodo centrale, poiché solo questo permetterebbe di garantire ai palestinesi gli stessi diritti di cui godono gli israeliani. Questo piano si muove invece in direzione opposta e, oltre a tutti suoi limiti già descritti, rischia di rivelarsi fallimentare proprio per questa ragione, così come fallimentari sono stati in passato quegli accordi che non consideravano tale aspetto fondamentale, principalmente a causa dell’opposizione dei governi israeliani.
[Ndr. Arturo Marzano è autore del recentissimo e approfondito volume Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti, Il Mulino, Bologna 2025.]
(Foto di Mohammed Ibrahim su Unsplash)

