Cerco di riflettere sulla pace possibile e la guerra superabile a partire da una nota del teologo Severino Dianich (del 24 dicembre 2025), commentata su questa rivista da Guido Formigoni, Franco Monaco [e altre persone].
Mattarella e papa Leone
Dianich cita il Presidente Mattarella (19 dicembre 2025) «La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare… E tuttavia, poche volte come ora, è necessaria. Anche per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea, strumento di deterrenza contro le guerre e, insieme, salvaguardia dello spazio condiviso di libertà e di benessere». Dianich cita poi papa Leone nel Messaggio per la Giornata della Pace del 1° gennaio 2026, che dice molto deplorevole il fatto che «oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo (aumentato nel 2024, fino al 2,5% del PIL mondiale ), con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza».
Mi pare di vedere, attraverso le due citazioni, da un lato la convinzione della inevitabilità storica della guerra, oggi nuovamente provocata, col dovere necessario della difesa militare (Mattarella), e, dall’altro lato, la possibilità di mantenere e stabilire la pace senza guerra, come possibilità reale della maturazione umana, e dunque come dovere morale-politico (papa Leone).
Da questo secondo lato, fede-amore-speranza incoraggiano a guardare oltre, a volere l’umanità più giusta e felice, con la liberazione dalla pratica sempre omicida della guerra. Dal primo lato, il realismo politico, anche senza il coraggio della fede, deve volere l’umanità libera dall’offesa criminale della guerra: la difesa è diritto e dovere, ma non ci possiamo rassegnare ad accettare la guerra sempre omicida come unico mezzo di difesa dalla guerra aggressiva. Aggiungo: in tutte le discussioni su questo tema, del possibile o impossibile superamento/abolizione della guerra, mi sembra che il dibattito corrente ignori la realtà storica della Difesa Popolare Nonviolenta, e la sua possibilità, non facile ma sperimentata, di evitare i danni della guerra. Anche la guerra di difesa usa armi omicide, quindi duplica e conferma la violenza omicida che è la guerra, come se non ci fosse altro modo di difendersi che imitare l’aggressore militare, e così confermare la regola inumana dell’omicidio nei conflitti acuti.
Una cultura della nonviolenza
Il “pacifismo” (parola impropria, deformante, che allude a ingenuo ottimismo) viene inteso come illusione, e non come cultura-educazione-politica di gestione non violenta, non omicida, dei conflitti seri, gravi. Invece, la cultura della Nonviolenza è un pensiero etico-politico-umanistico universale, serio, ed è sperimentato nella pratica storica, come strategia nonviolenta possibile, che è dovere della cultura e della politica conoscere e predisporre. Nonviolenza non è astensione, non è lasciar fare! Tutt’altro: è impegno per togliere ingiustizia e affermare la “verità della vita” (Gandhi). Ma il capitalismo delle armi non vuole la Nonviolenza, i politici la ignorano, gli studiosi la trascurano, guardando più la realtà clamorosa che non la ricerca umanizzante. E intanto i popoli cadono vittime di questa ignoranza. Grave è l’oscurità dell’ignoranza colpevole che favorisce la guerra omicida, stragista, di cui profitta una economia criminale, che condiziona anche i poteri politici.
Propongo di vedere nel mio blog una imperfetta (e da aggiornare) Bibliografia storica delle lotte nonviolente e non armate. Ringrazio chi contribuirà a completarla. Non possiamo ignorare, nella ricerca e riflessione sulla pace, che la realtà è a volte drammatica. La malvagità umana esiste. Ci dobbiamo chiedere: guerra e violenza sono nella natura umana? Da un certo punto di vista, questo appare indiscutibile, ed ecco il dogma triste: “la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà”. Ma ci sono tanti con noi che pensano: possiamo avere la fiducia (esperienza interiore) che un puro, pieno, realizzato Bene vivente (Dio, o nomi equivalenti) sia nella realtà, e che accompagni l’esperienza e la storia umana verso una evoluzione nel bene reciproco, non nella “ferinità” (aggressione e distruzione reciproca in caso di conflitto). La coscienza umana (conoscere se stessi; ascoltare la luce interiore) mostra che siamo sempre o trainati verso la chiusura in sé (egoismo, all’occasione distruttivo dell’altro), oppure rivolti alla collaborazione, sentendo il bene dell’altro come il bene mio, fino ad aiutare, amare, donare, sacrificarsi per l’altro. Ciò ci porrebbe sempre davanti ad una scelta fondamentale: o ripiegati nell’autoconservazione esclusiva fino ad essere distruttiva dell’altro, oppure collaborativa nell’insieme delle vite, anche se hanno valori altri, ma pur sempre valori. Sarebbe questo il segno che la distruttività (violenza, guerra), più che un dato naturale, è un guasto, una insufficienza, una incompiutezza, una deviazione, deformazione e non realizzazione. Ciò può fondare la fiducia (esperienza interiore) che la vita (specialmente umana) è accompagnata e guidata e chiamata al Bene: non semplicemente all’autoconservazione evolutiva, ma alla collaborazione reciprocamente arricchente. Tanto per riflettere e interrogarsi, e anche impegnarsi.
La coscienza morale cambia e si sviluppa
Davanti alle guerre di oggi (sia stragiste, senza limiti di offesa; sia imperiali, senza giustificazione difensiva), i cristiani si interrogano in modo nuovo sulla moralità della guerra in sé, del conflitto armato, omicida, distruttivo delle condizioni di vita. La possibile distruttività nucleare, oggi più alta di allora, faceva già dire a papa Giovanni, nella Pacem in Terris: «bellum alienum a ratione»: la guerra è fuori di ragione (anche se la traduzione italiana riduceva di molto l’affermazione). Quindi non più giustificabile. Nel frattempo, il principale vescovo Usa rivendicava in Concilio l’azione in Vietnam dei soldati americani “in difesa della civiltà cristiana”. Ci tornava già strano, rispetto a secoli passati, che le armi difendessero il vangelo: dall’inizio Gesù non volle la spada di Pietro a sua difesa dagli armati che lo arrestavano per poi crocifiggerlo.
Inoltre, la guerra oggi è ben altra cosa dai secoli passati. Poteva essere considerata moralmente “giusta” da Agostino e Tommaso, a condizione di quelle quattro famose regole, (sempre facilmente eludibili: i re non se ne preoccupavano molto), con l’intento di ridurre il male, nell’impossibilità di toglierlo del tutto. Del resto, la morale cristiana (anche nello stato pontificio) ammetteva come male minore la pena di morte del delinquente, e il tirannicidio (che però tormentava la coscienza di Bonhoeffer nel partecipare alla resistenza contro Hitler).
La coscienza personale del soldato nell’uccidere poteva essere quietata con l’insegnamento che davano i cappellani militari, nella prima guerra mondiale: “Sparate senza odio”: cioè, la pulizia della vostra anima vale più della vita del “nemico” (quello che vi hanno comandato di trattare da nemico), condannato a morte dal potere statale armato, neppure da una legge superiore alle parti e da un giudice legittimo e corretto. Ho letto le lettere di un soldato italiano nella guerra di Etiopia (cominciata nei giorni in cui nascevo io, nel 1935), sanzionata dalla Società delle Nazioni. Quel soldato, confortato di avere avuto al mattino la messa del cappellano, e la Comunione, descrive il massacro con bombe a mano e gas di un bel gruppo di abissini, stesi sul terreno che il suo reparto attraversa. Anche qui, non mancavano vescovi contenti che la guerra coloniale portasse là la civiltà e la fede cristiana.
Per grazia di Dio, la coscienza morale cambia, riceve maggiore luce evangelica, su alcuni valori. Altre volte, lungo la storia, scende e si oscura. Chi ha fede, sa che Dio accompagna l’umanità nella storia, perché si è fatto uomo, e ha promesso di orientare spiritualmente il nostro cammino più verso il bene (giustizia e amore verso tutti gli umani) che verso il prevalere della potenza sulla giustizia. Anche questo accade, e proprio nei nostri giorni. Dio non ci abbandona, anche quando facciamo il male.
Come fronteggiare il male?
La malvagità umana c’è. Il male c’è. Sant’Agostino vede nella storia la Città di Dio e la città terrena, mescolate fino all’ultimo giorno; la città dell’amore fino al dono di sé, la città dell’egoismo fino al disprezzo del bene; la città di Caino e la città di Abele, il nonviolento (nel Corano 5,28 più chiaramente che nella Bibbia). Nessuno di noi è del tutto innocente. Ma come fronteggiare il male? Con i suoi mezzi? Cioè, con la guerra, la pena di morte, la repressione, la reclusione dura? Cioè col dare male per male, nell’illusione di ridurlo? O almeno di rimandarlo dall’altra parte del confine che ci separa? Mi basterà mandare l’incendio in casa del vicino per salvare casa mia? Poteva forse valere in pratica quando l’umanità era divisa in isole separate. Ci siamo accorti che il mondo è ormai una grande casa unica, un condominio inseparabile e che la sorte dell’umanità è ormai unica, indivisibile? Mors tua vita mea, non vale più. La difesa, anche con le armi, sentiamo che è ben diversa dalla guerra di aggressione e più giustificabile. Ma poi, nello sviluppo delle cose, la guerra alla guerra conferma la logica e la crudeltà di ogni guerra. I soldati uccisi, le popolazioni straziate, sono ugualmente disprezzate nella loro umanità, qualunque sia l’origine politica e storica e le motivazioni della guerra che le calpesta.
La vita umana (ma anche la natura che abitiamo) è il valore offeso, qualunque sia la ragione accampata da chi spara sull’umanità di quella terra, e offende la coscienza di quanti, in tutto il mondo, assistono all’offesa. Erasmo (il sapiente che – mi scriveva Balducci – fu la radice di una mancata migliore storia europea) ripeteva il paradosso saggio: «Meglio una pace ingiusta di una guerra giusta». Oggi dovremmo capire di più questa saggezza, perché la guerra è peggiore che nel ‘500. Ci rendiamo conto – ma ce ne rendiamo davvero conto? – che il mondo umano – grazie a Dio, pur nei dolori – è ormai unico, un’unica rete di comunicazioni, immagini e sentimenti, possibilità di vita e rischi di morte, che entrano in ogni casa nostra da ogni parte del mondo. Qui c’è serenità, ma in realtà ogni offesa e dolore è vicino. Pochi giorni fa, un uomo di trent’anni si è gettato dal quarto pieno e si è ucciso, a cinquanta metri da casa mia. Ogni simile dolore è sentito da tutti: il dovunque è vicino. Questa è maturità umana, nel pericolo. La strage di capodanno dei giovani in festa in Svizzera è avvenuta dappertutto.
Dunque il male contro il male, la potenza distruttiva per distruggere la distruttività, si ritorce su di sé. È insipienza e follia. L’alternativa evangelica, messianica, è già stata proposta: dare bene per male. Tolstoj, dopo il suo “risveglio” evangelico, vide l’essenza del vangelo e la possibilità di pace in Matteo 5,39, «non resistere al male»: ciò non significa subire, ma non opporre male al male, aggiungendo male. Così Tolstoj fu tra gli ispiratori di Gandhi nello scoprire, sia nella storia, sia nei contrasti sociali presenti, la nonviolenza forte, capace di contenere il male senza farsene contagiare, dimostrando che la verità della vita è la nonviolenza attiva, con forza e sacrificio, con l’amore che ci guarisce dalla violenza.
Mi pare che, forse più chiaramente del Matteo di Tolstoj, dica chiara questa verità che salva, l’evangelista Luca nel cap. 6, discorso del ripiano, delle beatitudini: fate del bene a quelli che vi odiano, fate bene in cambio di male, ricambiate il male col bene. Così sarete figli dell’Altissimo che perdona e mette bene in luogo del male. Questa rivoluzione evangelica chiede molto coraggio, non è accettata facilmente. Noi cristiani l’abbiamo accolta e creduta anche sinceramente, ma siamo assai poco coerenti nel viverla. Sembra fuori dalla realtà e responsabilità. Possiamo coinvolgere altri nell’audacia del perdonare il male?
È vero, la ragioni del realismo sono da considerare. Gandhi insegna che la viltà è peggiore della violenza. Arriva a scrivere che esistono casi tragici in cui «uccidere può essere un dovere» (Teoria e pratica della nonviolenza, a cura di Giuliano Pontara, Einaudi 1996, p. 69ss). Se un folle sta per uccidere altri, e se davvero non ho alcun altro mezzo meno che ucciderlo, per impedirgli di uccidere e per salvare così vite umane, allora ho il dovere di impedirgli quel male uccidendolo. Chi non lo fermasse così, se non ha altro modo possibile, sarebbe in peccato, dice Gandhi. Ciò è tristemente vero, ma resta ancora più vero che (chiarisce Jean-Marie Müller, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace) «la necessità di uccidere non sopprime mai il comandamento di non uccidere». «La giustificazione della violenza con la necessità è la prova che la violenza non ha mai una giustificazione umana».
Ma il punto è, come insiste Gandhi, che la violenza non è mai in sé giusta. Il caso ipotizzato da Gandhi è assolutamente differente dalla guerra. La guerra non è una situazione tragica imprevista, ma una istituzione stabilita, attrezzata e finanziata per uccidere, anche indiscriminatamente, persino glorificata e sacralizzata, eretta a simbolo della comunità politica statale, celebrata per le azioni distruttive e omicide chiamate vittorie; è scuola in cui si insegna esattamente come uccidere persone umane, con le armi ben studiate o anche con le mani sul corpo del “nemico”. Oggi la guerra si fa a distanza, con i mezzi tecnologici comandati da laboratori lontani, ma l’effetto è lo stesso. Tenere le mani sullo strumento, senza sporcarle di sangue, non cambia l’azione. I numeri di morti civili e militari è tristemente molto alto (e anche tenuto nascosto) nelle guerre di oggi come ieri. Fra lo Stato “sovrano” e la vita umana, ogni vita umana, c’è o non c’è una gerarchia di importanza? Fra la possibilità umana di parlare e risolvere i problemi pur gravi con la mediazione che fa vivere e non uccide, c’è o non c’è una gerarchia di importanza?
(Foto di Tanya Barrow su Unsplash)

