La slavina ovvero la sequela di dimissioni seguita al referendum è stata, insieme, una secca smentita e un penoso, vile escamotage. La smentita della pretesa meloniana che l’esito della consultazione non avesse ripercussioni politiche. L’escamotage di cavarsela con il sacrificio di qualche capro espiatorio con il quale esorcizzare la sonora batosta.  Con qualche imbarazzo si è costretti a dare ragione a Daniela Santanchè cui si è attribuita la seguente battuta: in ventiquattrore il governo e le destre sono passati dall’improbabile garantismo della riforma Nordio al più vieto giustizialismo. Perché Santanchè, che da gran tempo avrebbe dovuto dimettersi per il contrasto con la disciplina e l’onore prescritti da chi riveste cariche pubbliche, è stata cacciata solo a valle del referendum appunto come rito sacrificale.

Dimissioni mancate, dimissioni dovute

Posso capire le ragioni per le quali le opposizioni rappresentate in parlamento non abbiano chiesto le dimissioni dei veri responsabili politici della debacle: il ministro Nordio e la stessa Meloni. Conosco i riti parlamentari. Esse avrebbero dovuto depositare in parlamento una mozione di sfiducia che sarebbe stata puntualmente respinta ricompattando la maggioranza. Ciò detto, tuttavia è bene mettere a verbale che, politicamente, le dimissioni degli attori-protagonisti della bruciante bocciatura sarebbero state un atto dovuto. Di dignità personale e politica. Nordio in quanto firmatario della riforma, vertice politico di una squadra capitanata dal sottosegretario Del Mastro e dalla potente capo segreteria Bartolozzi, nonché ministro che oggi, a valle di uno scontro istituzionale al calor bianco, non è in condizioni di riprendere il filo di un dialogo con la magistratura. Necessario oggi più di ieri al fine di mettere mano alle misure atte a migliorare il servizio giustizia per i cittadini, dopo avere archiviato la resa dei conti del governo con i magistrati.

A dimettersi dovrebbe essere altresì la premier Meloni, prima e più vera intestataria della disfatta, per più ragioni. La prima: pur avendo tatticamente e furbescamente tergiversato sulle prime, nella stretta finale della campagna referendaria si è posta alla testa del fronte del sì, mettendoci del suo nel radicalizzare lo scontro. La seconda: si ha un bel dire di distinguere, ma tutta la partita, dal varo della legge ai quattro blindati passaggi parlamentari, ha visto il governo come protagonista assoluto e solitario. Ha fatto tutto lui, il governo, e lui e chi lo guida devono risponderne. Terzo: chi se non Meloni più di ogni altro, con le parole e con le opere, si è fatta paladina di una visione mitica e sacrale della volontà popolare? Il popolo si è espresso a chiare lettere, nel risultato e nella sorprendente affluenza. Può Meloni fischiettare? Passare ad altro come se il popolo non l’avesse bocciata? Quarto: un elemento largamente trascurato è la circostanza che a fare richiesta del referendum sia stata, contraddittoriamente, non l’opposizione battuta in parlamento, come nella mens dei costituenti, ma la stessa maggioranza di governo. Spiegano i giuristi che tale inversione delle parti è un caso di scuola dello slittamento dal referendum al plebiscito. Ove il “quesito esplicito” formale evolve (e si snatura) nel “quesito implicito”, dal merito stretto alla seguente domanda: sei tu favorevole non tanto al “cosa” ma al “chi” ti sottopone la domanda ovvero il governo Meloni? Si è stigmatizzata la politicizzazione a discapito del merito, ma tutto è stato concepito e condotto a questo fine esattamente dal governo. Ecco perché, a rigore, toccherebbe a lui e a lei (Meloni) trarne le conseguenze.

Merita notare che il terremoto ha investito anche Forza Italia. Giustamente. Si trattava della sua storica bandiera. L’esame del voto attesta che proprio tra i suoi elettori si sono registrate cospicue defezioni. Anche qui, tuttavia, si rinviene una vistosa anomalia. A chiamare il partito a risponderne è intervenuta la famiglia Berlusconi. Di nuovo affiora il vecchio e irrisolto conflitto di interessi. La singolarità del partito-azienda, a libro paga di essa, che sopravvive alla morte del suo fondatore. Anomalia che si è manifestata corposamente anche nel corso della campagna referendaria, con tutte le sue reti tv a fare la gran cassa al fronte del sì, bellamente violando ogni limite prescritto dalla par condicio. Un comportamento da legibus soluti che ha contraddistinto l’intera vicenda dell’uomo di Arcore e dal quale non sono immuni i suoi eredi. Anche in questa patologia di un partito longa manus di un’azienda si riscontra la siderale distanza di Fi dal dettato costituzionale che, all’art. 49, disegna il profilo dei partiti come associazioni di cittadini accomunati da un fine politico e informati da un metodo democratico interno ed esterno.

Il flop della sinistra per il sì

Da ultimo, merita riflettere sul contributo offerto al governo dalla cosiddetta “sinistra per il sì”.  A consuntivo, va detto, un apporto, in termini di consenso, inversamente proporzionale alla grancassa messa a loro disposizione dai media della destra di governo, giornali e tv. “Il flop elettorale della sinistra per il sì” hanno titolato, indispettiti, quei media a urne chiuse. Un appunto cui la sinistra per il sì ha replicato ritorcendo sulla destra l’accusa di avere pagato pegno a un dna tutt’altro che liberale e garantista. Alla buon’ora. Come se quel dna non fosse visibilissimo e operante nell’orizzonte, culturale e pratico, di un governo dal quale non poteva essere scorporata, come un fuor d’opera, la suddetta riforma. Quasi fosse un’oasi di virtù miracolosamente spuntata in un mare non tra i più limpidi. Meritava aprire gli occhi prima. Non farsi usare così scopertamente da compagni di viaggio tanto implausibili. Inclini a portare in palmo di mano esponenti della sinistra sino a ieri insolentita; a raccontarsi e a raccontare come di sinistra figure da tempo passate da D’Alema a Meloni.

Non meritava tirare in ballo il partigiano Vassalli che, a detta dei rari testimoni diretti che con lui collaborarono come Enzo Cheli e Giovanni M. Flick, mai si sognò l’idea di due Csm; sostenere che il processo accusatorio, per altro temperato, di necessità comportasse la separazione delle carriere; improvvisarsi cantori della Bicamerale di D’Alema, che egli stesso ha smentito avesse deliberato la suddetta separazione (significativamente Marco Boato, allora autore delle famose bozze sulla giustizia, si è schierato per il no); Bicamerale che semmai proprio sulla giustizia naufragò; una Bicamerale, ancora, che allora gli ulivisti giudicarono come operazione consociativa ostile alla premiership di Prodi; dare credito al carattere liberale e garantista di una storica bandiera di Berlusconi; dipingere come subalterno all’eredità culturale fascista chi si opponeva alla riforma Nordio (e magari anche i costituenti, che disegnarono l’unità della giurisdizione e un unico Csm, tutti sprovveduti, inconsapevoli cultori di un continuismo fascista?); considerare un dettaglio il principio – scolpito nel programma originario dell’Ulivo – secondo il quale le riforme costituzionali si fanno rigorosamente insieme.

Una delle leggende infondate che hanno avuto corso è quella secondo la quale quella di Nordio sarebbe stata una riforma della sinistra e, segnatamente, dell’Ulivo. Nel profluvio di chiacchiere disseminate al riguardo ancora attendo una prova concreta di tale narrazione. Io piuttosto rammento un passo del Manifesto dei valori del Partito democratico, un po’ la sua carta d’identità, evidentemente rimosso da molti smemorati. Un passo che, da sé solo, sarebbe bastato per propiziare una ferma, pregiudiziale opposizione a una riforma costituzionale imposta a colpi di maggioranza di governo. Non ad assecondarla. Eccolo: “La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale”. Da parte di alcuni si è fatto il contrario, cooperando a reiterare quegli strappi, persino confondendo, spesso intenzionalmente, anziché distinguere, il confronto su materia alta come quella costituzionale con le contese congressuali interne al PD.

In ogni caso, è difficile credere che alla “sinistra per il sì” sfuggisse la circostanza del vero, dichiarato intento immanente alla riforma ovvero un regolamento di conti del governo con la magistratura, nonché che essa (riforma) si iscrivesse in un pacchetto (con autonomia differenziata e premierato) che, manifestamente, intaccava principi ed equilibri della Costituzione vigente. Sulla scorta di un baratto politico (più che di una visione condivisa) tra tre partiti che, tutti, hanno in comune l’estraneità se non l’ostilità alle storiche culture costituzionali. Come era possibile ignorare la portata politica e costituzionale di quella che, palesemente, era la posta in gioco? Come si è potuto trattarla quasi fosse materia da legulei? Come non storicizzarla? Mi spiego.

Più d’uno ha parlato di un paradosso: una riforma asseritamente liberale portata avanti da una destra illiberale. Non è paradossale. La cosa si spiega benissimo. Vero è che alla sinistra non sono estranee radici liberali e garantiste. Maturate soprattutto in un tempo in cui essa, all’opposizione, comprensibilmente paventava l’ostracismo delle minoranze, la compressione di una sana dialettica democratica. Complice una magistratura a lungo asservita al potere dominante. Si pensi al tempo non così remoto nel quale la procura di Roma rispondeva alla metafora del porto delle nebbie. Ma come non avvertire oggi – da mille segnali in Italia e su scala internazionale – che si fanno avanti destre con un tratto comune: l’insofferenza per il controllo di legalità, la tentazione e la deriva in vario grado della “tirannia delle maggioranze”, e che ciò conferisce vieppiù rilievo al ruolo della magistratura a tutela dei diritti dei più deboli, delle minoranze, di chi dissente? Come non vedere che le questioni agitate polemicamente dal governo per denunciare l’asserita “invadenza” (copyright di Meloni) della magistratura – migranti, sicurezza, diritto comunitario – attengono precisamente ai diritti dei più vulnerabili? E, di riflesso, come ignorare la torsione impressa dal berlusconismo alla destra italiana, compresa quella un tempo legalitaria, verso una giustizia di classe, lasca con i potenti e implacabile con i poveri cristi, da tempo interiorizzata da Meloni, la cui declamata devozione per Borsellino è il reperto di un remoto passato a tutti gli effetti svanito? Una sinistra liberale (se sinistra) può esorcizzare una mucca nel corridoio di tali proporzioni?  

(Foto: Ministero dell’Interno)

  • Franco Monaco

    Pubblicista, già presidente dell’associazione «Città dell’uomo» e parlamentare della Repubblica; fa parte del gruppo di coordinamento della rivista web Appunti di cultura e politica.