Ricoeur legge Bonhoeffer
Dando seguito all’iniziativa che l’ha vista dare alle stampe mesi fa un saggio di Paul Ricoeur sulla tolleranza, la Morcelliana pubblica ora a cura di Ilario Bertoletti il testo di una sua conferenza tenuta nel giugno del 1966 e dedicata a Bonhoeffer. L’interpretazione non religiosa del cristianesimo (78 pp., 11 euro). La conferma di un’attenzione da Ricoeur mai dismessa nei confronti della teologia protestante del Novecento – da Barth a Bultmann a Ebeling – come una tra le fonti della sua riflessione in cui un ruolo rilevante assume la tradizione giudaico-cristiana. In questo caso è il pensiero del teologo tedesco, pastore della “Chiesa evangelica confessante”, martire del nazismo – viene impiccato il 9 aprile del 1945 a Flossenbürg su esplicito ordine di Hitler – a costituire il focus di una meditazione che si misura con quanto Dietrich Bonhoeffer ha elaborato in Resistenza e resa, la raccolta di lettere scritte nel carcere berlinese di Tegel, uno dei vertici della spiritualità contemporanea, “una specie di scintilla nella notte” dell’umanità.
Ebbene, Ricoeur individua il cuore della teologia di Bonhoeffer nel tentativo di “pensare la non-religione e l’età post religiosa” a partire dall’affermazione barthiana secondo la quale “il cristianesimo non è una religione” e da quel che ne consegue, e cioè l’opposizione tra fede e religione. Bonhoeffer però si spinge oltre, interrogandosi su come si possa parlare di Dio “senza i presupposti della metafisica e della interiorità”, di un Dio che continua ad arretrare nella misura in cui la scienza progredisce, finendo così ai confini di un mondo ormai adulto. Certo sopravvive il Dio “tappabuchi” che dovrebbe risolvere i problemi insolubili delle esperienze limite: la morte, la sofferenza, il peccato. Siamo però ormai sul punto che “anche le questioni ultime dell’umanità saranno risolte senza il Dio della metafisica”. Bonhoeffer però vuole parlare di un Dio non ai limiti, ma al centro, “non nella debolezza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo”. Da qui il suo disprezzo per ogni forma di apologetica cristiana che si fondi sullo scacco dell’uomo adulto. Insomma dobbiamo vivere “etsi Deus non daretur”, come se Dio non fosse dato, perché, facendo riferimento a Marco 15, 34 (con Gesù sulla croce che cita il Salmo 22), sostiene Bonhoeffer: “Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona”. Un Dio ormai impotente nel mondo. Sostanzialmente un ateismo del Dio filosofico e una teologia del Dio sofferente.
Nietzsche ha dunque ragione quando sostiene che Dio è morto, ma ci resta il Dio di Gesù Cristo che “non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza”, il Dio sofferente, “il solo che può aiutare”. Non è in effetti “l’atto religioso” a fare il cristiano, ma il suo prendere parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo. Se questo è l’approdo di un Bonhoeffer isolato da tutto, alle prese con la sfida della morte, Ricoeur porta alle estreme conseguenze l’interpretazione non religiosa del cristianesimo: Dio è morto, quello della metafisica e della soggettività, ma ciò non significa che Dio non esiste perché “il posto è vuoto per la predicazione della Croce”, per il Dio di Gesù Cristo. Dunque, un cristianesimo mondano, “per questo mondo”, così come teorizzato dallo stesso Bonhoeffer, il quale confessa di aver imparato a conoscere sempre più la profondità dell’ “essere al di qua” del cristianesimo. Rovesciando così Nietzsche che ha condannato Dio onnipotente e rivendicando al cristiano di essere uomo, “l’uomo interamente uomo” abituato a pensare la potenza di Dio solo attraverso la parola “che trasforma la sconfitta della Croce in vita umana”.
Si tratta dunque – Ricoeur in questo è sulla stessa lunghezza d’onda di Bonhoeffer – di fare piazza pulita di una falsa immagine di Dio e di volgere lo sguardo al Dio della Bibbia. Esso ottiene potenza e spazio nel mondo grazie alla sua impotenza. Ne derivano alcuni corollari: credere in Dio significa fare professione di ateismo verso una sua falsa, idolatrica immagine; se resta solo il Dio di Gesù Cristo non si deve più fare teologia, ma cristologia; tutto questo evidentemente assume una valenza per la Chiesa. Essa si è battuta per la propria conservazione, ma potrà esistere se sarà capace di un messaggio all’uomo non religioso come misura della propria fede, se insomma “sarà per gli altri”, pronunciando parole di riconciliazione.

