La Germania si avvia a un anno elettorale cruciale in un clima politico carico di tensioni, incertezze e profonde trasformazioni. A dieci mesi di distanza dalla sua elezione alla Cancelleria e dopo la recente riconferma alla guida della Cdu, Friedrich Merz si trova di fronte a una delle fasi più delicate della storia recente della Repubblica Federale. Al congresso di Stoccarda dello scorso 20 febbraio, Merz ha ottenuto oltre il 90% dei consensi interni, ribadendo il rifiuto di qualsiasi cooperazione con Alternative für Deutschland e presentando la Cdu come «forza ordinatrice» della Repubblica. La presenza al congresso di Angela Merkel, ricomparsa improvvisamente in pubblico dopo il ritiro dall’attività politica, da un lato ha offerto un’immagine di continuità ideale, ma dall’altro ha anche riacceso il confronto implicito tra l’era merkeliana e la nuova fase. Non tutti nel partito amano Merz e la sua svolta conservatrice, ma per il momento prevale la linea di compattarsi dietro la leadership dell’attuale cancelliere.
Un partito consolidato in un paese polarizzato
Se il partito di cristiano-democratici appare formalmente coeso, il Paese lo è molto meno. I sondaggi mostrano un diffuso malcontento: una parte significativa dell’opinione pubblica ritiene che la situazione economica non sia migliorata e che molte promesse di rilancio siano rimaste sulla carta. La coalizione con la Spd dispone al Bundestag di una maggioranza risicata e i socialdemocratici, in calo in quasi tutte le consultazioni regionali, iniziano a interrogarsi sul prezzo politico dell’alleanza. D’altro canto, l’attuale “Grande Coalizione”, che nei numeri non è per niente grande, non ha alternative credibili. E poi c’è la minaccia di Alternative für Deutschland, vero convitato di pietra della politica tedesca. Secondo i sondaggi più recenti a livello nazionale Afd e Cdu/Csu sono appaiate attorno al 26%. Un dato impensabile solo pochi anni fa. Nei Länder orientali l’estrema destra è ormai stabilmente sopra il 30% e presto potrebbe conquistare la guida di uno o più governi regionali. Particolarmente allarmante è la situazione in Sassonia-Anhalt, dove si voterà in settembre per il rinnovo del parlamento regionale. Il programma di AfD presenta molti elementi che lo fanno apparire come un attacco frontale all’ordine costituzionale, come per esempio quella di creare zone urbane “libere da immigrati”, o di instaurare un controllo politico sui media pubblici. Non si tratta più soltanto di protesta antisistema, ma di un vero e proprio progetto alternativo di Stato.
Ciononostante, il cosiddetto Brandmauer – il cordone sanitario contro l’estrema destra – mostra crepe evidenti. Nella vita quotidiana, nelle piccole città e nelle aree rurali, il voto AfD tende a normalizzarsi. Non più fenomeno marginale o esclusivamente ideologico, ma opzione percepita come plausibile, legata a insicurezze economiche, timori identitari e sfiducia verso Berlino. Merz oscilla tra due strategie antitetiche: spostare la Cdu più a destra su immigrazione e sicurezza per recuperare consensi, oppure difenderne il profilo centrista ed europeista. Entrambe comportano dei rischi: la prima potrebbe legittimare ulteriormente l’AfD; la seconda alimentare l’emorragia verso l’estrema destra. Tutto questo si iscrive nello scenario di un anno costellato di scadenze elettorali importanti: si comincia con le regionali nel Baden-Württemberg e le comunali in Baviera (domenica 8 marzo), e poi a seguire saranno chiamate al voto Renania-Palatinato, Sassonia-Anhalt, Meclemburgo-Pomerania e Berlino. In Baden-Württemberg, regione tra le più estese e ricche del paese, la Cdu è in lieve recupero, ma stando alle previsioni degli istituti demoscopici AfD potrebbe raddoppiare i voti rispetto alla tornata precedente raggiungendo la considerevole percentuale del 18%. Nella città-stato di Berlino l’avanzata dell’estrema destra renderà complicatissima qualsiasi combinazione di governo. E nei Länder orientali il rischio di avere presidenti di regione dell’AfD è quanto mai concreto. Una sconfitta in serie metterebbe in discussione non solo la leadership di Merz, ma la tenuta stessa della coalizione di governo.
Riarmo nazionale e cautela diplomatica
Sul piano internazionale, la Germania si muove con cautela. Le tensioni con Washington, acuitesi con la presidenza Trump, hanno rafforzato a Berlino la consapevolezza della necessità di una maggiore autonomia europea. Da qui l’ambizioso e poderoso programma di riarmo varato dal governo, inteso anche come leva di politica industriale per uscire dalla stagnazione. Una scelta che inevitabilmente ha riaperto la discussione sulla centralità militare tedesca in Europa resuscitando qualche fantasma del Novecento. In questo quadro di risorgente nazionalismo germanico si era affacciata nelle scorse settimane l’ipotesi di un’“intesa privilegiata” tra Berlino e Roma, ovvero tra Merz e Giorgia Meloni. I due leader avevano parlato di un’Unione “più veloce e più efficace”, puntando su semplificazione normativa, competitività e centralità dei governi nazionali. Un asse che sembrava segnare un parziale superamento del tradizionale direttorio franco-tedesco. Ma l’illusione è durata poco e l’intesa speciale italo-tedesca si è rivelata presto un ballon d’essai. Le divergenze emerse alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza di fine febbraio – con la presa di distanza di Merz da Trump e la posizione più ambigua di Meloni – hanno fatto evaporare gli entusiasmi. L’idea di una rinazionalizzazione dell’Europa resta viva in alcuni ambienti, ma l’asse politico tra Berlino e Roma appare fragile, privo di una base strategica solida e condizionato dalle rispettive dinamiche interne.
La fotografia complessiva è quella di una Germania inquieta, attraversata da una doppia tensione: all’interno, con la crescita dell’estrema destra e la frammentazione del sistema partitico, e all’esterno, con la ridefinizione degli equilibri transatlantici e il ruolo europeo di Berlino. Se Merz è riuscito a consolidare il suo partito, di certo non ha ancora consolidato il Paese. La sua sfida non è soltanto quella di battere AfD nelle urne regionali, ma soprattutto quella di dimostrare che il suo partito e il suo governo possono offrire una risposta credibile alla crisi economica e identitaria senza scivolare verso la radicalizzazione. Le elezioni amministrative dei prossimi mesi diranno se la Germania saprà rimanere ancorata alla propria tradizione di stabilità e integrazione europea o se entrerà in una fase più turbolenta, con effetti che andrebbero ben oltre i suoi confini. Perché, come spesso abbiamo visto nella storia continentale, ciò che accade a Berlino raramente resta confinato a Berlino.
(Foto: www.wikipedia.org)

