L’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor, con l’accusa di cattiva condotta in carica pubblica, il 19 febbraio scorso, è stato definito dagli analisti come la più grande crisi per la Monarchia britannica dall’abdicazione di Edoardo VIII nel 1936, con potenziali effetti destabilizzanti per la famiglia reale e l’assetto istituzionale britannico ben superiori.

Se Mountbatten-Windsor ha negato qualsiasi illecito, le richieste di rimuoverlo dalla linea di successione si sono moltiplicate con il passare dei giorni (dopo che era già stato privato dei suoi titoli e delle sue onorificenze dal fratello, Re Carlo III, a ottobre 2025) dato che, senza tale delibera, resterebbe ottavo nella linea di successione al trono. Nel provvedimento, dato quasi certo una volta che la polizia avrà completato le indagini, un ruolo cruciale sarà giocato dal Parlamento del Regno Unito; e una volta approvato, per la sua definitiva esclusione, l’atto dovrà essere replicato anche negli altri paesi del Commonwealth, come Canada, Giamaica e Nuova Zelanda, dove Carlo III è monarca, affinché Andrew sia rimosso dalla linea di successione anche in tali stati.

L’immagine della monarchia

L’iniziativa appare necessaria per giuste ragioni giudiziarie e per un motivo chiaramente politico: cercare di preservare l’immagine della famiglia reale, che, secondo i sondaggi, è stata molto danneggiata dallo scandalo. Se l’82% dei britannici ha un’opinione negativa di Andrew, dagli ultimi sondaggi è emerso che il 39% delle giovani generazioni pensa che sarebbe meglio per la Gran Bretagna se la Monarchia venisse abolita, comprovando così una crescente disaffezione pubblica verso di essa e verso l’idea che il paese necessiti di un monarca quale capo di stato; e ci sono motivi per pensare che più a lungo la “saga” di Andrew si protrarrà e più danni ne potrebbero derivare per l’istituzione. Ne consegue che le possibilità di vedere l’ex principe alla sbarra sono più che concrete, avendo dichiarato Re Carlo III che la legge dovrà fare il suo corso: l’accusa di cattiva condotta in ufficio pubblico può benissimo essere intesa come alto tradimento; accusa che costringerebbe anche il Re e la famiglia reale a essere chiamati a collaborare alle indagini, comportando la testimonianza di consiglieri, cortigiani e membri della famiglia reale di alto rango.

Detto ciò, resta da capire quali effetti di lungo periodo si scaricheranno sulla Monarchia e Carlo III, inducendoci a identificare almeno due livelli d’analisi.

In primo luogo, va compresa la portata dello scandalo di questi anni. Con le sue decisioni, Re Carlo è parso riconoscere la gravità del momento e voler agire con risolutezza per ripristinare la reputazione della Monarchia ponendo rimedio alla profonda crisi etica causata da oltre sei anni di mancata trasparenza. Se la famiglia reale ha incarnato nei secoli, almeno pubblicamente, virtù morali quali la vita familiare cristiana, il dovere, il servizio, l’onestà e l’integrità, non solo Andrew ha fallito nel sostenere tali qualità, ma l’apparente riottosità dei Windsor ad agire con rapidità per isolarlo ha fatto sorgere dubbi su ciò che le persone a lui più vicine, tra cui la sua defunta madre, la regina Elisabetta II, sapessero del suo comportamento e sul perché non siano state prese prima misure più decise per sganciarlo dalla famiglia reale. I frangenti attuali, comunque, paiono offrire l’occasione per un mutamento profondo nell’attitudine pubblica della famiglia reale, che in passato è stata capace di adattarsi ai cambiamenti politici e alle esigenze dell’opinione pubblica britannica. Quest’ultima si aspetta di più dai propri reali, anche perché, nonostante le difficoltà del momento evidenziate dai sondaggi, la reale maggioranza dei britannici desidera ancora che l’istituzione monarchica resti al suo posto. Epperò, se in passato la regina Elisabetta II seguiva la massima “mai lamentarsi, mai spiegare”, al giorno d’oggi la trasparenza è vitale per la fiducia del pubblico, soprattutto per chiarire quale sia l’influenza politica che la Monarchia continua a esercitare nei corridoi del potere nel Regno Unito. Per questo, dovranno essere definiti controlli formali sulle modalità di credito dei membri della famiglia reale: a oggi non è molto chiaro cosa appartenga loro a titolo privato, quali tasse paghino sui loro redditi privati ​​e come il patrimonio della Corona venga gestito per conto della nazione britannica a cui appartiene. Inoltre, potrebbe essere giunto il momento anche di por fine al privilegio delle residenze, come la Royal Lodge, occupata con affitti molto bassi. Infine, potrebbe essere adottato un controllo sulla famiglia reale identico a quello degli altri funzionari pubblici, poiché attualmente i suoi membri sono esenti dalle richieste di accesso alle informazioni (Freedom of Information Act).

Un “patto” ancora vitale tra sovrano e popolo?

In secondo luogo, e con ogni probabilità quale passo successivo al precedente, la crisi provocata da Andrew Mountbatten-Windsor può offrire all’opinione pubblica britannica l’opportunità di capire se il patto istituivo il Regno Unito e la sua Monarchia sia ancora vitale. Il paese nelle sue attuali fattezze venne formandosi in età moderna dall’unione di quattro nazionalità (Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord) e dopo secoli di guerre, iniziate con i conflitti tra gallesi e inglesi alla fine del V secolo dopo Cristo e terminate alla fine del XIII secolo e l’unione del Galles all’Inghilterra; e proseguite con i conflitti tra Scozzesi e Inglesi a partire dal X secolo e terminate con l’Act of Union del 1707, che sanciva l’unione tra le due corone e l’istituzione di un solo parlamento, Westminster. Di fatto, dalla Gloriosa Rivoluzione in poi (1688-89), regnanti e intellettuali britannici si impegnarono nella costruzione del concetto di Britishness (o Britannicità), necessario per unire tutte le popolazioni dell’arcipelago entro una unica identità collettiva, che si fondò infine su quattro piedritti di cui la Monarchia doveva farsi garante: la fede protestante in opposizione al cattolicesimo; l’insularità e la propensione alla marineria, necessarie alla creazione di un impero commerciale; la centralità di Londra per le comunità anglofone sparse per il globo; la rivalità con un continente europeo propenso all’assolutismo (o al totalitarismo) e con la maggiore potenza che esso esprimeva.

Nel tempo, questi pilastri sono sostanzialmente svaniti. La preminenza del protestantesimo nel paese, a parte l’Irlanda del Nord, ha preso a scolorire e con essa la strenua opposizione al cattolicesimo; la preminenza navale e l’impero sono progressivamente spariti tra il 1945 e la fine del XX secolo; la centralità di Londra per gli anglofoni è scomparsa con l’impero e il sorgere della nuova stella polare rappresentata dagli Stati Uniti; infine, perfino il continente europeo si è aperto, dopo il 1945 e grazie agli obblighi indotti dalla Guerra fredda, alla democrazia, per quanto gli irriducibili anti-europeisti nel paese abbiano tentato di identificare nell’Unione europea un nuovo nemico totalitario.

Negli anni, si è assistito, al contempo, a una rimodulazione del concetto di identità britannica su quattro concetti: stato di diritto; libertà individuale; democrazia; rispetto reciproco, e tolleranza tra diverse fedi e credenze. Il tutto ben rappresentato dalla Costituzione britannica, documento non scritto, ma insieme di norme sempre in evoluzione, volte a garantire il rispetto dei diritti di tutti i cittadini. Un ruolo nel favorire tale evoluzione e, grazie a essa, l’unità del paese, ovviamente, è stato giocato dalla stessa Monarchia quale garante della compagine nazionale, come ben dimostrato dall’esito del referendum per l’indipendenza scozzese del 2014, quando l’appello della regina Elisabetta a favore della preservazione dell’Unione fu raccolto dalla maggioranza caledone.

Non è difficile credere che, se negli anni a venire la famiglia Windsor saprà seguitare ad accreditarsi quale garante del vecchio/nuovo patto nazionale e quale più affidabile rappresentante e garante della Britishness, il Regno Unito continuerà ad essere uno stato con un monarca al suo vertice.

(Foto: www.wikipedia.org)

  • Ricercatore di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Milano.