La “rupture”, chi se la ricorda? Fu la parola d’ordine del presidente francese Emmanuel Macron al momento della sua rielezione. Parlava di Francia e, in qualche modo di Europa. Coglieva lo “zeitgeist”, lo spirito del tempo. Più recentemente la “rottura” è stata evocata, rispetto ai processi mondiali in atto, dal primo ministro canadese Carney nel suo intervento al Forum economico di Davos. E di “rottura” ha parlato il cancelliere tedesco Merz nei giorni scorsi alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, riferendosi più precisamente al movimento Maga dell’America, aggiungendo che ci sono visibili divisioni e grandi differenze con quella cultura.

Occasioni diverse ma tutte evocatrici del bisogno persistente di confrontarsi con una realtà mondiale in rapido mutamento. E in particolare con l’atteggiamento degli Stati Uniti di Donald Trump che, con ben altri intenti e in direzione opposta alle necessità delle varie crisi mondiali, continua a macinare pronunciamenti e politiche che anch’esse costituiscono una “rottura” di vecchi schemi ai quali ci eravamo, forse troppo pigramente, abituati nei decenni scorsi. Almeno pensando al cosiddetto Occidente.

L’Europa di fronte alle “rotture”

Bisognerà dire ancora dell’Europa, meglio dell’Unione europea, che nonostante proclami ambiziosi (la famosa “autonomia strategica” annunciata già alcuni anni fa da Ursula von der Leyen) sembra impaludata negli antichi riti di una unità di difficile raggiungimento tra 27 Stati membri, condizionata dalla regola principe dell’unanimità, incapace di farsi protagonista di risposte autonome ai vari fattori di crisi.

E non si può non fare riferimento all’Italia di Giorgia Meloni che, impegnata nella sua perniciosa vocazione a far da ponte tra Europa e Stati Uniti di Trump, è stata nel giro di pochi giorni, mentre era ad Addis Abeba a parlare di Piano Mattei (cosa sarà poi, speriamo che ce lo spieghino), smentita su un supposto asse italo-tedesco sancito con lo stesso Merz. Al quale è bastato poco tempo per parlare, dal palco di Monaco, appunto di “rottura” denunciando invece la crisi dei rapporti con gli Usa di Trump e a esprimere la sua contrarietà con la cultura Maga.

Un grande sommovimento, sintomo di una vera e propria crisi nelle relazioni internazionali di cui ben conosciamo gli specifici avvenimenti e che è inutile tornare ad approfondire in questa sede (guerra russa-ucraina, crisi di Gaza e Cisgiordania, Venezuela, Iran, Groenlandia e così via). Più utile forse concentrarsi sull’Europa. Per quello che non fa e per quanto invece potrebbe fare.

Quelli che da tempo seguono le sue vicende (dell’Unione europea) non possono non avere notato l’accelerazione di tempi e modi con cui ci si preparava al “Consiglio informale” dei capi di Stato e di governo convocato dal presidente Antonio Costa, nel castello di Alden Biesen nelle Fiandre, il 12 febbraio scorso. Abituati alla routine dello svolgimento di questi Vertici, ancorché informali (e qualche volta sonnacchiosi), stavolta sul tavolo c’erano piatti davvero interessanti.

In sintesi, si doveva fare il punto sui contenuti e le proposte dei rapporti di Enrico Letta sul mercato unico (aprile 2024) e di Mario Draghi sulla competitività (settembre 2024), sulla loro implementazione e proiettare queste riflessioni sull’attualità.

Non solo di questo si è parlato ovviamente. Alla vigilia del vertice, in effetti, ci avevano pensato Germania e Italia a mettere sul tavolo quello che sembrava un carico da novanta. Un protocollo (di ben 36 pagine!) sui loro rapporti bilaterali ma soprattutto sulla competitività nell’ambito dell’Unione europea. Un testo presentato, e fortemente pubblicizzato come indice di una novità nei rapporti tra i due Paesi, a scapito, si è fatto pensare, dell’antico “motore franco-tedesco”.

Questioni forti al centro dell’agenda

Acque mosse dunque. E si può fare ricorso ad alcune parole chiave per capire il senso di questi movimenti e cercare di vedere quanto ne è stato recepito nel vertice. Deregolamentazione, per esempio. Eliminare lacci e laccioli (la Meloni, dice più esplicitamente di contrastare “visioni ideologiche”) all’interno dell’Unione. Frutto di strategie “sbagliate” (per esempio il Green Deal di qualche anno fa) che hanno esposto l’industria europea, si dice, ai colpi di maglio della concorrenza cinese e non solo. Anche larga parte del rapporto di Letta è dedicato al superamento definitivo degli intralci al pieno dispiegamento del mercato unico tra i 27 Stati membri Ue.

Unanimità. Regola ormai da considerarsi desueta rispetto alla incombente necessità di prendere decisioni rapide. E quindi ricorso sempre più frequente alle “cooperazioni rafforzate”. Già previste dai trattati (da quello di Amsterdam del 1997) ma a cui si è ricorso molto poco (lo si è fatto recentemente per decidere sul sostegno economico-militare all’Ucraina, ma pochi ricordano che con le “cooperazioni rafforzate” anche l’euro fu introdotto solo in dodici Stati membri, e così fu per gli accordi di Schengen). Procedura questa rilanciata dal Rapporto Draghi, con la sua proposta di “federalismo pragmatico”.

Parlamento europeo. Non se ne parla quasi, ma se ne dovrebbe parlare di più se si pensa, a leggere tra i molti documenti preparatori che, in una opera di accelerazione si vorrebbe passare più frequentemente dalle Direttive (la cui applicazione è affidata nel tempo ai singoli Stati membri) ai Regolamenti (di immediata applicazione una volta approvati), più decisionismo quindi. Niente male, se con ciò fosse riconosciuto pienamente al parlamento il ruolo di co-legislatore insieme al consiglio. Ma in chi propone questa strada si pensa di più alla possibilità di prendere decisioni tra i governi, si pensa di più, cioè, alla dimensione intergovernativa

28° regime. Parola misteriosa che riguarda una proposta legislativa volta a favorire l’introduzione di una nuova figura giuridica che permetterebbe il riconoscimento automatico della registrazione delle start-up nei 27 Paesi membri dell’Unione.

In effetti il fatto che gran parte di questi temi siano stati al centro di intense discussioni è stato percepito come un fattore positivo. Ma c’è altro ancora in questi propositi volti ad “accelerare” e semplificare regole, procedure e, si pensa, volontà politiche non sempre convergenti. È il caso, per esempio, della proposta del presidente Macron di lanciare sul mercato una quantità notevole di eurobond, sino a 1.200 miliardi per la ricerca, l’intelligenza artificiale, che vede fortemente contraria la Germania, ma potrebbe assomigliare molto alla cifra proposta di 7-800 miliardi di euro l’anno per investimenti comuni dell’Unione europea contenuta nel rapporto di Mario Draghi.

Con visibili vuoti, come quello del famoso piano di Re-Arm (diventato Readiness 2030), distinto da una vera e propria “difesa comune europea”, da 800 miliardi e pensato sinora prevalentemente da scaricarsi sui bilanci nazionali (con quali conseguenze sui deficit dei rispettivi paesi è facile prevedere).

La destrutturazione del progetto europeo

Che dire dunque dei risultati del vertice “informale” e dei propositi di dare una accelerazione ai processi politici e decisionali dell’Unione?  Semplice. Considerando le attuali maggioranze sia nei singoli Paesi che nella commissione e nel parlamento europeo, di fronte ad orientamenti prevalentemente sovranisti e con espliciti richiami nazionalisti, siamo di fronte alla destrutturazione del processo politico europeo come l’abbiamo conosciuto sinora. Meno integrazione, più regole intergovernative.

Un’Europa à la carte che molto finirebbe per assomigliare alla non-Europa di cui parlano apertamente Trump e il suo vice Vance e i loro emuli europei. Un’Europa chiamata in causa, come abbiamo detto, dalle molteplici sfide globali. La guerra in Ucraina, la tragedia di Gaza e Cisgiordania (e le tante guerre dimenticate in giro per il mondo), i cambiamenti climatici e la spinta enorme dei movimenti migratori, il necessario confronto con la Cina e l’insieme dei paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), l’emersione del “Sud Globale”. Ma anche un’Europa privata del suo peso effettivo di “potenza gentile”.

Un’Europa destinata, così sembra, a non utilizzare efficacemente la sua forza, data non solo dal fatto di essere un mercato di 450 milioni di cittadini, ma anche al tempo stesso carica di una storia ispirata alla solidarietà e alla cooperazione tra i popoli.

Un’Europa risorta dalle tragedie di ben due guerre mondiali nel secolo sorso che l’avevano vista prima profondamente divisa e poi diventata fattore di pace, sino ad estendere la sua ritrovata unità dai sei Paesi fondatori ad una comunità di 27 paesi (e con l‘autoesclusione della Gran Bretagna, oggi pentita, così sembra, della Brexit).

La partita, se si guarda con realismo e, ahimè, una buona dose di pessimismo allo stato di cose presenti, almeno per l’Europa, potrebbe risolversi tornando alla storia di piccole e medie potenze destinate a non contare quasi niente nella nuova globalizzazione, quella dei poteri finanziari, dei potenti dell’high-tech, delle economie pirata, dalla forza della Cina e del suo confronto con gli Usa, e comunque fortemente squilibrate anche tra di loro. Oppure potrebbe ribaltarne le previsioni con uno scatto segnato dall’unità, anche dal ricorso al federalismo pragmatico di cui si comincia a parlare e ispirata al pensiero e all’azione di De Gasperi, di Spinelli, di Mitterrand e di tanti altri campioni europei di diversa ispirazione politica e ideale ma espressione di classi dirigenti colte e capaci di leadership. 

Non ne conosciamo il finale ma per ora possiamo, purtroppo, immaginarlo.

(Foto di S-Art Media su Unsplash)

  • Già funzionario del Parlamento Europeo, è stato anche capo dell'Ufficio di Milano del Parlamento.