C’è un equivoco che l’Europa si porta dietro da anni: pensare che la geopolitica sia un residuo del Novecento e che, nel nuovo ordine mondiale, basti l’economia a garantire sicurezza e stabilità. L’iniziativa di Donald Trump sulla Groenlandia, con la minaccia di usare i dazi come leva per piegare alleati europei, ci ricorda invece una verità semplice: la politica di potenza non è mai scomparsa, e, quando torna a mostrarsi apertamente, lo fa sempre nello stesso modo, cioè testando i punti deboli dell’interlocutore, misurando la sua credibilità, sfruttando divisioni e ambiguità.
La Groenlandia è un territorio legato alla sovranità del Regno di Danimarca e, quindi, è un pezzo di Europa, che diventa teatro di pressioni esterne. È anche un nodo strategico nell’Artico, dove sicurezza, nuove rotte, presenza militare e controllo di risorse critiche si intrecciano in modo sempre più evidente. E proprio perché riguarda l’Europa, non possiamo trattare questa vicenda come una questione bilaterale o come un problema “di qualcun altro”: se accettiamo che una minaccia economica venga usata per forzare l’integrità territoriale e le scelte sovrane di un Paese europeo, allora stiamo dicendo al mondo che l’Unione, quando viene messa alla prova, non è un soggetto politico.
Fermezza e credibilità: la disponibilità a contromisure europee
È per questo che il Parlamento europeo, nella plenaria che ha dedicato un dibattito specifico all’integrità territoriale e alla sovranità della Groenlandia e della Danimarca, ha avuto ragione a chiedere una risposta unitaria, ferma e inequivocabile. Se l’Europa vuole fermare l’escalation, deve prima di tutto essere credibile. E la credibilità, in politica internazionale, non nasce dalle parole: nasce dal fatto che chi ti sta davanti percepisce che sei disposta a pagare un costo pur di difendere un principio.
Qui sta il cuore della questione: la diplomazia è indispensabile, ma per essere efficace deve essere supportata da una ben definita capacità operativa, la disponibilità ad usare contromisure credibili e la definizione di linee rosse non valicabili. Il rischio europeo, da troppo tempo, è confondere il dialogo con l’immobilismo. E l’immobilismo – specie quando arriva sotto forma di ambiguità – incoraggia chi vuole spingere ancora più in alto l’asticella. In queste settimane lo abbiamo visto chiaramente: la minaccia dei dazi è stata presentata come strumento di pressione politica, come “ricatto” esplicito verso chi difende la sovranità danese e la sua integrità territoriale. Se a un ricatto rispondi con la cautela, stai solo insegnando al ricattatore che quel metodo funziona.
Per questo, parlare di contromisure e di sanzioni non è “bellicismo”: è realismo. È la condizione minima per fare diplomazia in modo serio. Se dici “no” ma non metti sul tavolo nulla che renda quel “no” operativo, la tua posizione diventa un auspicio. L’Europa deve invece affermare un principio semplice: l’integrità territoriale di un Paese europeo non è negoziabile e l’uso di strumenti economici per forzare scelte sovrane non può restare senza risposta, altrimenti stiamo normalizzando l’idea che il diritto internazionale valga solo “fino a un certo punto”, come ha dichiarato il ministro Tajani, e che la forza economica o la minaccia militare esplicita possa sostituire qualunque regola.
In questo contesto, la decisione del Parlamento europeo di rallentare l’avanzamento dell’intesa commerciale con gli Stati Uniti non è un gesto simbolico, ma un segnale politico: se qualcuno usa l’arma dei dazi per minacciare un Paese europeo, non può pretendere “business as usual” dall’altra parte dell’Atlantico. L’Europa non può essere un mercato aperto e ingenuo, mentre viene trattata come se fosse un avversario. Quel passaggio è importante, perché rompe la narrazione secondo cui l’Unione sarebbe condannata a reagire sempre in ritardo.
Questo posizionamento, adottato per una volta in modo abbastanza unitario anche dai governi europei, ha portato l’amministrazione a tornare sui suoi passi e a intavolare una trattativa trilaterale con l’Ue e Danimarca, come ammesso pubblicamente anche dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, in un’audizione nella commissione Esteri dell’Europarlamento.
Naturalmente, questi avvenimenti delle prime settimane dell’anno danno spunto per aprire una questione più grande: che cosa vuole diventare l’Europa nel XXI secolo? Se vogliamo difendere la sovranità dei nostri Stati e la sicurezza dei nostri cittadini, dobbiamo smettere di essere ingenui e comportarci come una potenza. Ma non una potenza qualunque: una potenza democratica, cioè capace di coniugare forza e diritto, interessi e valori, deterrenza e regole, perché è proprio lo smantellamento progressivo del diritto internazionale – da troppo tempo in tanti contesti diversi – che rende necessario fare un salto di qualità. La scelta non è tra idealismo e realismo: la scelta è tra un’Europa che incide e un’Europa che subisce.
Ed è qui che entra, inevitabilmente, la politica italiana. Giorgia Meloni rivendica spesso, anche a livello internazionale, una postura di solidità atlantica e di “centralità” dell’Italia nei dossier globali. La vicenda della Groenlandia dimostra quanto questa postura sia fragile, se non è accompagnata da una scelta europea coerente, perché se un alleato – per quanto decisivo – usa la leva economica o perfino la minaccia di invasione per testare la tenuta dell’Europa su un tema di sovranità, allora la risposta non può essere un ipocrita equilibrismo.
Il punto politico, però, è che nella stessa Europa a cui si chiede compattezza, esistono forze che lavorano sistematicamente per indebolire l’idea di una risposta comune. Il gruppo conservatore europeo, dove siedono gli eurodeputati di Fratelli d’Italia, si è collocato contro la linea dei gruppi europeisti che hanno sostenuto un atteggiamento più fermo, facendo prevalere una logica di appartenenza ideologica e di subordinazione a una famiglia politica che, troppo spesso, interpreta l’Europa come vincolo e non come un progetto condiviso.
Il nodo della politica italiana di fronte alla scelta europea
Qui sta la contraddizione che Meloni non può più eludere: non si può, nello stesso tempo, rivendicare la “sovranità” in Italia e poi accettare che la sovranità europea venga compressa da minacce tariffarie o peggio; non si può chiedere rispetto per gli interessi nazionali e poi indebolire gli strumenti che permettono all’Europa – e dunque anche all’Italia – di negoziare da pari. La realtà è semplice: nessuno Stato membro, da solo, ha oggi la forza economica e politica per reggere un confronto con gli Stati Uniti, se lo scontro si sposta sul terreno dei dazi e delle ritorsioni. L’unico modo per evitare che la politica estera europea diventi un mosaico di vulnerabilità nazionali è agire insieme. Questo è il punto che spesso viene rimosso dal dibattito italiano: l’Europa non è “altro” rispetto a noi: è lo “spazio di potere” che possiamo costruire per contare e, quando qualcuno minaccia un Paese europeo o prova a condizionare l’integrità territoriale e le scelte sovrane di un territorio legato a uno Stato membro, l’interesse nazionale italiano coincide con l’interesse europeo. Non perché l’Europa sia una religione civile, ma perché è la sola scala su cui possiamo difendere davvero i nostri interessi e le nostre regole.
Qualcuno dirà: ma così si rischia di incrinare l’alleanza transatlantica. È esattamente il contrario. L’alleanza si indebolisce quando una parte può imporre la sua volontà senza conseguenze. Un’Europa debole non è un buon alleato: è un soggetto dipendente, ricattabile, costretto a inseguire gli eventi. Un’Europa credibile, invece, è la condizione per un rapporto maturo con Washington: un rapporto in cui si collabora quando gli interessi coincidono e si contrasta quando vengono oltrepassate linee che non possono essere oltrepassate. Anche perché – e vale la pena dirlo – nessuno ha interesse a un’escalation: non l’Europa, non la Danimarca, neppure la maggioranza del popolo americano, come dimostrato da diversi sondaggi e analisi pubblicati recentemente negli Stati Uniti – su tutti, cito l’ottimo lavoro pubblicato dal Pew Research Centre, che illustra come la maggioranza degli americani si opponga alla proposta del presidente Trump di far assumere agli Stati Uniti il controllo della Groenlandia, con il 58% contrario e solo il 21% favorevole. I democratici sono quasi unanimemente contrari, mentre i repubblicani sono più divisi su questa idea, con soltanto il 44% a favore ma con una crescente opposizione nelle recenti settimane, dal 28 al 33%.
Il nodo, dunque, non è “pro o contro gli Stati Uniti”. Il nodo è: l’Unione europea vuole restare un grande mercato senza capacità politica oppure vuole diventare un attore in grado di difendere la propria sovranità e il proprio spazio di diritto? La Groenlandia è un test, perché rende visibile ciò che spesso resta implicito: se l’Europa non è capace di difendere il principio di integrità territoriale quando viene messo sotto pressione da un alleato, allora come potrà difenderlo quando la pressione arriverà ancora più forte da attori apertamente ostili? È una domanda che riguarda il futuro della nostra sicurezza e il tipo di ordine internazionale che vogliamo preservare. Per questo, l’Europa deve fare due cose insieme. Primo: sostenere Danimarca e Groenlandia con una posizione politica unitaria e con strumenti economici credibili, mantenendo la disponibilità al confronto ma respingendo qualunque ricatto, sulla strada quindi intrapresa nelle ultime settimane.
Secondo: accelerare il percorso verso una vera autonomia strategica europea, non come slogan, ma come capacità concreta: coordinamento, investimenti, difesa comune, politica industriale e commerciale coerente, presenza nei teatri strategici come l’Artico, perché una potenza democratica non si improvvisa durante una crisi, ma si costruisce prima, proprio per evitare che le crisi diventino ricatti.
E qui si misura la responsabilità di ogni governo nazionale, compreso quello italiano.
Dopo il vertice al castello di Alden Biesen l’Italia si è mossa in modo confuso: ha appoggiato una linea di semplificazione normativa di Merz come panacea di tutti i mali, dimenticando colpevolmente l’enorme differenza di capacità fiscale autonoma a livello nazionale fra Italia e Germania, mettendosi invece su una posizione estremamente timida sul nodo cruciale per gli interessi italiani del debito comune, tema sollevato nuovamente da Mario Draghi ma anche esplicitamente da leader come Macron e Sanchez; successivamente la stessa premier italiana quando il cancelliere tedesco ha attaccato la cultura Maga che appoggia Afd in Germania, con Elon Musk e i tecno-oligarchi, ha espresso dissenso e si è mostrata solidale con la Casa Bianca.
In tutto questo dove sono gli interessi dell’Italia, davvero? Non mi aspetto da Meloni una piena adesione a una visione federalista europea “spinelliana” ma dovrebbe almeno ascoltare le proposte per un federalismo “pragmatico” che vengono da Enrico Letta e Mario Draghi con i loro fondamentali rapporti su riforme, competitività e mercato unico. L’epoca della confederazione del minimo comune denominatore è finita: o l’Unione si sfalda nell’irrilevanza e viene “spartita” fra Usa, Cina e Russia, o in qualche modo deve fare un salto di qualità, anche a partire da un nucleo di Paesi neo-fondatori.
Il governo italiano deve scegliere se stare dalla parte di un’Europa che cresce e diventa adulta oppure dalla parte di chi la vuole debole, divisa e dipendente. Non è una scelta di etichetta, è una scelta politica e oggi il costo dell’ambiguità è decisamente troppo alto.
(Foto di Visit Greenland su Unsplash)

