Nell’argomentare riguardo al referendum, si presentano diversi approcci. Vorrei, in queste mie note, contraddire alcune argomentazioni di chi sostiene questa riforma, ritenendo che con essa vengono affermati principi liberali meritevoli di essere recepiti dal nostro ordinamento, per un migliore assetto dei poteri e per un più corretto e giusto esercizio della giurisdizione.

Come ci insegnano gli studiosi delle “architetture” degli ordinamenti, ogni riforma di sistema non è di per sé giusta o sbagliata, ma costituisce una risposta a distorsioni o una necessità di prevenzione di possibili effetti negativi, per il sistema stesso e per i diritti.

1. La separazione delle carriere

Parlando di separazione delle carriere, in astratto si può tutti convenire sul fatto che una riforma in questo senso abbia una sua valenza anche liberale: è buono e giusto che chi giudica non sia influenzabile e si ponga come soggetto imparziale rispetto a chi sostiene l’accusa. Principio sacrosanto. Ma è davvero questa l’emergenza da affrontare oggi, in questo momento storico, rispetto agli assetti normativi attuali?

Occorre ricordare, infatti che da quando io sono entrata in magistratura (40 anni fa), a quando sono uscita, cioè un mese fa, molto è cambiato, senza che sia stata effettuata la separazione formale delle carriere. Una volta si passava da pubblico ministero a giudice e viceversa all’interno dello stesso distretto, senza limitazioni temporali. Addirittura, prima della riforma dell’89 erano i giudici stessi a fare la maggior parte delle indagini, in un contesto di evidente promiscuità di ruoli.

Da lì in poi le cose sono mutate, prima con la esclusione del passaggio all’interno dello stesso distretto, poi con la limitazione delle volte in cui si poteva passare da una posizione all’altra, e oggi, con il limite assoluto di passaggi di carriera: una sola volta nella vita, giusto per venire incontro alle esigenze di chi, a inizio carriera, ha cominciato quasi per caso a fare il giudice o il Pm, ma poi si rende conto che la sua strada è un’altra, e cambia. Dopo di che non può cambiare mai più. In sostanza, i Pm sono Pm e i giudici sono giudici: stop.

Dunque, cosa resta della comunanza di questa “unica” carriera? L’accesso con unico concorso con un primo anno di formazione inziale, il Consiglio superiore della magistratura. Fine.

Si può dire allora, se resta così poco, perché essere contrari? Cerchiamo di capirci: l’urgenza oggi di avere un giudice terzo imparziale non è tanto dettata da una neutrale visione di sistema, e dunque dalla volontà di vedere declinati in norme i principi fondamentali, dato che, come dicevo sopra, questi principi sono già adeguatamente assicurati dal sistema vigente. L’esigenza che muove la politica proviene dal fatto che, si dice, troppi sono i casi in cui i Pm si sono allargati, iniziando indagini che poi non hanno portato a niente, con varie ricadute gravemente dannose per persone finite loro malgrado in vertenze giudiziarie senza esito. Questo strapotere dei Pm deve finire! Se separiamo le carriere finirà!

Osservo: la separazione delle carriere incide sulle modalità in cui i Pm fanno indagini, chiedono misure cautelari, fanno sequestri? Neanche per sogno, questa è un’idea molto ingenua, per non dire del tutto fuori rotta. La legge processuale non cambia in alcun modo, quindi i Pm faranno le indagini né più né meno con il potere e gli strumenti che la legge oggi attribuisce loro.

Si dice: sì, ma i giudici daranno loro meno retta quando si tratta di misure cautelari, di condanne etc. Lo si è detto e ripetuto: i processi penali finiscono per più del 50% in assoluzioni. Dunque, se davvero i giudici non imparziali, come sono adesso, fossero così accondiscendenti con i Pm per via dell’unica carriera o per via del fatto che stanno insieme al Csm, perché mai assolverebbero, e quindi darebbero torto ai Pm, nella maggior parte dei casi?

Il fatto è che non c’entra niente l’imparzialità con le assoluzioni o meno. Se i Pm si allargano troppo (e questo spesso è vero, e lo sanno benissimo i giudicanti che – posso riferire per esperienza diretta – non sono affatto favorevolmente “prevenuti” nei confronti dei Pm), la separazione delle carriere non porterà a nessun beneficio perché questi si limitino.

A dirla tutta, il rendere i Pm un corpo separato non potrà che assecondare quella diffusa mentalità che legittima un esercizio a volte superficiale e privo di scrupoli del potere di indagine e annessi e connessi, perché nei Pm “separati” si radicherà sempre più la cultura per cui a loro spetta fare indagini, poi “ci penserà il giudice”, se alla fine le prove non saranno abbastanza solide. Intanto, il lavoro del Pm è mettere sotto inchiesta, poi si vedrà…

Quindi, separare non aiuta in alcun modo ad alleviare la distorsione paventata di carenza di imparzialità: perché la separazione di fatto già c’è, i Pm “separati” potranno continuare a fare, nei casi in cui si ritenga che lavorino male – come si lamentano in molti – ciò che hanno fatto fino ad ora. Nulla cambierà dalla parte dei giudici, che sono già adeguatamente attrezzati e abituati ad assecondare le richieste dei Pm, solo se le ritengono fondate.

Il periodo di formazione comune, così come un unico Csm (e così come unici sono i consigli giudiziari che svolgono funzioni di autogoverno a livello dei singoli distretti di Corte di appello, che per ora tali restano, con un’incongruenza di sistema) consentono invece di limitare l’autoreferenzialità delle Procure, e dunque di mantenere viva quella comune cultura della giurisdizione, che altro non significa che ricerca della verità, con tutte le cautele del caso.

In sintesi: la separazione delle carriere, intesa come modalità di salvaguardia dell’imparzialità del giudice, è un principio sacrosanto, e può essere uno strumento adeguato in questo senso. Ma non lo è nel presente momento storico, dove l’imparzialità è già assicurata dal meccanismo di separazione interna, e anzi, la fuoriuscita del Pm dall’unicità della carriera non potrà emendare quelle distorsioni del potere di indagine di cui tanti si lamentano, ma potrebbe persino incrementarle.

E allora, se in realtà non c’è un problema attuale di assicurare l’imparzialità, a chi giova questa separazione? Questa è la distorsione di cui occorre preoccuparsi: giova a chi vuole controllare, da fuori, l’esercizio del potere di indagine. Si sostiene che non c’è nessuna norma che affermi che la politica potrà controllare i Pm. Rispondo: così come non c’è nessuna norma che faccia dubitare del fatto che i giudici siano imparziali (ma i sostenitori del sì ne dubitano), allora allo stesso modo non serve una norma per prospettare come possibile che un corpo separato di Pm, con un Csm separato, la cui composizione favorisce la compattezza della componente politica (su questo capitolo seguente), sarà poi influenzato e controllato dalla politica stessa. È proprio questo che dicono gli stessi sostenitori, lo “confessano”: basta con i Pm che disturbano la politica, questa storia deve finire, e con la separazione delle carriere questa cosa finirà… Chiedo: come? L’unica risposta – dato che l’imparzialità dei giudicanti, un po’ non c’entra niente, un po’ non servirebbe allo scopo più di quanto avvenga ora, dato che le norme processuali non cambiano – è con il controllo da parte della politica. La risposta è ovvia.

2. Due Csm separati e il sorteggio della componete togata

I Csm separati sono la logica conseguenza della separazione delle carriere.

Ma il fatto che il Csm dei Pm sia separato non potrà fare altro che rafforzare la corporazione dei Pm, perché oggi le dinamiche di confronto all’interno del Csm tra giudicanti e requirenti servono proprio a “governare” la macchina con una sensibilità sfaccettata e complessa, e non univoca, a stemperare quella tendenza alla gerarchizzazione delle procure che le ultime normative hanno molto incrementato. Il confronto all’interno dell’organo di autogoverno tra la sensibilità e l’esperienza dei giudicanti anche su tutto ciò che attiene ai progetti di gestione delle procure e dei loro meccanismi interni, quali l’assegnazione dei fascicoli, il potere di avocazione etc., non può che arginare una deriva autoreferenziale che facilmente si realizzerebbe se tutto si muovesse all’interno di un sistema ancora più omogeneo. Ma tant’è… garanzia di libertà è separare, quindi si trascurano i vantaggi di preservare un punto di vista unitario – e per questo complesso e articolato – della giurisdizione, che invece i “riformatori” vedono, in modo ben poco rispondente alla realtà dei fatti, solo come una volontà di difesa della corporazione.

E veniamo al tema della composizione dei Csm tramite sorteggio, quale modo per spezzare lo strapotere delle correnti. Non si può negare che il problema dell’influenza delle correnti si sia presentato in forme gravissime, e che gli sforzi di cambiamento interno hanno fatto molto, ma forse non abbastanza.

In ogni caso, per risolvere i problemi, si introduce il sorteggio, sostenendo che male non potrà fare, dato che uno che sa fare il giudice ben potrà svolgere quella “banale” attività di gestione che è l’autogoverno. Ecco, questa è la prima dabbenaggine: il Csm fa un sacco di cose che la maggior parte dei magistrati ignorano nella loro consistenza concreta, nel senso che più o meno sanno che il Csm bandisce i trasferimenti, fa le nomine, approva le valutazioni di professionalità, emana norme (circolari) e i progetti (tabelle) di organizzazione degli uffici, ma non sa come si formano e si utilizzano questi vari strumenti. Non si può pensare che chi è abituato a gestire il suo fascicolo, che sia un processo civile o un processo penale, abbia gli strumenti di professionalità, o forse la naturale attitudine, per vedere “oltre”, per capire il senso delle varie scelte organizzative, per avere visione in ordine alle ricadute degli effetti di determinate circolari in materia di organizzazione degli uffici. Sono meccanismi molto complessi, chiamiamoli pure di gestione, e non di alta amministrazione, ma comunque si tratta di un’attività che, facendo il giudice o il Pm nel proprio orticello, non si impara a fare. E molti (la maggior parte) magistrati non hanno proprio né l’interesse né la testa per queste cose.

Allora, se non va bene che un “pensiero” di gestione cresca nelle correnti (ma che diamine, il pensiero che porta con sé una visione non può che svilupparsi in momenti di riflessione collettiva, o no? Se no potremmo forse abolire i partiti, e magari anche le varie associazioni), comunque non è pensabile che la rappresentanza sia legata al caso. È una vera propria mortificazione dei ruoli e mistificazione di quella che è la natura e l’essenza dell’attività del Csm.

Ma vogliamo vedere un po’ più in là anche a questo proposito: non solo il sorteggio porterà a far parte dell’organo di autogoverno persone che potrebbero fare molta fatica a comprendere le ricadute delle scelte che devono quotidianamente fare, ma ovviamente il fatto che siano “cani sciolti”, senza alcun obbligo di rendiconto della rappresentanza, ne farà più facilmente delle monadi, e tra l’altro facilmente influenzabili.

È facile immaginare, come scenario possibile, che il singolo magistrato, trovatosi casualmente in un posto di potere, ben potrebbe cercare di avvantaggiarsi della posizione con favori e clientele costruite in base alle contingenze, coi propri amici o amici degli amici (“ah, ma sai che io conosco tizio che è andato al Csm, adesso gli parlo io del tuo caso, …”), senza neppure che possa intervenire una “corrente” a contenerlo.

Per contro, la componente politica, che si sottrae al sorteggio puro (in quanto si tratta di sorteggio all’interno di una rosa di nominativi di persone qualificate, individuata dal parlamento sulla base del voto della maggioranza), sarà una componente molto più compatta, perché espressione della maggioranza che sostiene il governo in quel momento, e dunque molto più influente sulle scelte di autogoverno della magistratura.

Ecco come la politica entra nell’autogoverno del Csm e lo indebolisce: spacchettando e frammentando la componente togata, e presentandosi in modo influente.

A quel punto sì che sarà più facile ottenere che a capo della Procura X venga nominato il magistrato che meno infastidisce i potenti. O comunque, quel magistrato Y, messo a capo della Procura, si sentirà magari in debito nei confronti di chi ha determinato la sua nomina, e formulerà progetti organizzativi che verranno approvati dal Csm dei Pm, con il benestare della forte componente politica. E nessuna “corrente” potrà influire sulle scelte – più o meno conniventi – della componente togata, che non temerà di essere sconfessata da potenziali futuri elettori, perché il sorteggio successivo aprirà un’altra partita individuale, con buona pace di qualsivoglia riflessione collettiva e di visione.

3. L’Alta Corte

Infine, la riforma prevede la fuoriuscita delle competenze del Csm (e della Cassazione quale giudice di legittimità) per procedimenti disciplinari, e l’introduzione di un nuovo organo disciplinare, che è l’Alta Corte.

Difficile non vedere in questo organo l’istituzione di un “giudice speciale”. Comunque, anche qui si prevede un sistema di sorteggio puro per la componente togata, tra soli magistrati di cassazione, e si prevede la non ricorribilità delle decisioni se non davanti alla medesima Alta Corte in altra composizione, e quindi, in questo caso, pare davvero arduo non dubitare di una vera terzietà dell’organo che decide sull’impugnazione.

Quanto alla casualità del sorteggio, valgono le medesime considerazioni di cui sopra.

Per il resto, il fatto che si tratti di soli magistrati di cassazione, fa ritenere che si riproponga una visione verticistica dell’esercizio del potere disciplinare.

Chiudo qua.

Aggiungo, infine, che sono molto stupita che, in un periodo storico in cui questo sistema costituzionale merita di essere preservato dalle derive autoritarie, si ammanti questa riforma, che si presenta sicuramente scivolosa in molti punti, e non particolarmente urgente, come una battaglia di libertà, evocando altre battaglie di maggiore impatto sulle coscienze di antica memoria (vedi referendum sul divorzio!), denigrando i vescovi per i loro avvertimenti, difendendo insomma una riforma che certo non serve a rendere efficiente il sistema, perché nulla cambia in termini di gestione dei processi, né più “giusto”.

Davvero, non se ne sente il bisogno, quando altre sono le vere urgenze da affrontare. La strada per l’efficienza necessita di risorse, che nessuno ha fornito in questi anni, con una sciatteria ed un pressapochismo molto evidenti per chi lavora all’interno del sistema.

E la battaglia per una vera giustizia merita altri lidi, oggi davvero compromessi, quali la tutela dei diritti degli immigrati, la scandalosa situazione delle carceri, la contrazione dello stato sociale.

Su queste tematiche il sistema non solo è bloccato, ma appare incapace di gestire criticità che coinvolgono tante, troppe persone.

Il Pm separato, il sorteggio, l’Alta Corte, non porteranno nessun vantaggio alla risoluzione di queste problematiche, che sottendono vere e proprie ingiustizie.

Crediti foto: Gaétan Marceau Caron su Unsplash