Aba Youssef e Zouhair Atif erano due ragazzi come tanti. Giovani, immigrati, inseriti – con fatica ma con possibilità – in un contesto sociale e scolastico che avrebbe potuto (e dovuto) offrire loro una prospettiva di futuro. È bastata una foto sbagliata, un’escalation senza ritorno, e due giovani non sono più tornati a casa. È terribile morire a 18 anni. È terribile uccidere a 18 anni. Due vite distrutte, due vite perdute. E una risposta sbagliata.
Il disagio e la violenza
Quando si parla di “futili motivi” si rischia di nascondere la verità più scomoda: questi episodi non nascono dal nulla. Denunciano un disagio profondo che attraversa le giovani generazioni e che oggi non prende più la forma della trasgressione, della contestazione politica o dell’opposizione agli adulti. È un disagio che si trasforma sempre più spesso in un agito contro il proprio corpo – disturbi alimentari, ritiro sociale, autolesionismo – oppure in violenza verso gli altri, soprattutto coetanei. Dopo il Covid la violenza giovanile è esplosa. Una violenza che diventa strumento di prevaricazione per ottenere riconoscimento, fascino, potere all’interno del gruppo dei pari. Un vuoto relazionale che viene riempito con l’aggressività.
Di fronte a tutto questo, l’accoltellamento avvenuto nella scuola di La Spezia dovrebbe essere una scossa per la politica. Non per correre all’ennesimo decreto sicurezza, ma per cambiare davvero rotta. La risposta del governo, invece, ancora una volta si riduce a divieti, controlli e repressione col nuovo pacchetto sicurezza, che grazie alla tragedia di La Spezia ha avuto una forte accelerata: più poteri alla polizia, pene più dure, misure che limitano le proteste, nuove fattispecie di reato, responsabilità penale indiretta per le famiglie, restrizioni all’immigrazione, riduzione dei ricongiungimenti familiari, espulsioni e rimpatri… È previsto persino un nuovo illecito per chi non si ferma all’Alt delle forze dell’ordine. Ma la sicurezza non si fa coi decreti.
È una scorciatoia pericolosa. Perché propone soluzioni semplici a problemi complessi. Perché agisce sul sintomo e ignora le cause. Perché parla al consenso, alle emozioni e alle paure degli adulti, non al bene dei giovani. E perché finisce spesso per alimentare un istinto quasi vendicativo, che emerge con ancora più violenza quando a finire nel mirino sono gli stranieri.
Nel frattempo, si aprono tre nuovi carceri minorili. Luoghi in cui chi entra troppo spesso esce peggiore di come è entrato, perché mancano educatori, percorsi di recupero, progetti di reinserimento. In due anni gli ingressi nelle carceri minorili sono aumentati del 40%. Un dato che dovrebbe allarmare, non rassicurare.
Scegliere la scuola, non la paura
E intanto si invocano metal detector nelle scuole. Con quali risorse? Solo a Milano ci sono 71 istituti comprensivi, 264 plessi scolastici, 54 scuole secondarie, molte con più ingressi. Questa è propaganda, non sicurezza. La sicurezza non si costruisce così. Non nasce dalla paura, ma dall’educazione. Serve il coraggio – e la pazienza – di imboccare una strada più lunga e impegnativa: un investimento serio, strutturale e continuativo sulla scuola e sulle politiche sociali.
Invece, mentre si investe nella repressione, si taglia dove servirebbe di più. Nel 2026 è annunciato un taglio del 12% ai fondi per il trattamento dei minori: istruzione, formazione, inserimento lavorativo. Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, istituito nel 2016 con 100 milioni di euro, scende ora a soli 3 milioni. Il Fondo per le politiche giovanili passa dai 90,8 milioni del 2022 ai 49,9 milioni del 2026.
La scuola è un servizio pubblico fondamentale. Non solo perché trasmette nozioni, ma perché forma persone. È il luogo in cui si costruiscono autonomia, socializzazione, senso di appartenenza, capacità di gestire i conflitti. Educare significa fornire strumenti per affrontare il futuro con consapevolezza. Tra questi c’è anche – e soprattutto – l’educazione relazionale, emotiva e affettiva, che il governo continua ostinatamente a negare alle scuole.
Se investissimo di più in scuole aperte, tempo pieno, sport, spazi di aggregazione, attività culturali, sostegno agli oratori e alle realtà educative dei territori, avremmo risultati migliori anche in termini di sicurezza. Più ragazzi seguiti nel pomeriggio, più occasioni di stare insieme in modo sano, meno marginalità, meno solitudine, meno rabbia.
Punire non basta. Reprimere non cura. Se davvero vogliamo sicurezza, dobbiamo scegliere di stare dalla parte dei giovani, non contro di loro. E scegliere la scuola, non la paura.
(Foto di Kenny Eliason su Unsplash)

