Nel lessico politico iraniano esiste un tempo particolare, più sociale che cronologico: il chehelom, il “quarantesimo giorno”. È la commemorazione che si celebra quaranta giorni dopo la morte di una persona e che, nella cultura sciita iraniana, può trasformarsi da rito di lutto in dispositivo civico: un appuntamento ricorrente che conserva i nomi, rinnova la memoria e, quando le morti sono politiche, riapre lo spazio della mobilitazione pubblica. Nel 1978, la sequenza delle commemorazioni a quaranta giorni dai primi morti nelle piazze contribuì a trasformare proteste episodiche in un ciclo capace di rigenerarsi, città dopo città, lutto dopo lutto: un meccanismo in cui la violenza statale, paradossalmente, divenne propellente organizzativo e simbolico per i manifestanti, fino a incidere sulla dinamica che avrebbe portato al collasso del regime monarchico.

Una protesta che viene dopo altri passaggi critici

Quasi mezzo secolo dopo, le proteste giunte a maturazione ed esplose tra fine 2025 e inizio 2026, ripropongono, in forme nuove, la stessa grammatica del conflitto. Le proteste esplose il 28 dicembre scorso a Teheran non sono nate come una rivolta “identitaria” in senso stretto, ma come una reazione alla frattura improvvisa del quotidiano: collasso della moneta, dovuta non solo all’embargo pluridecennale che grava sul paese, ma anche al fallimento rovinoso di alcune banche per operazioni poco “ortodosse” fatte con la complicità di parte delle élites al potere, corsa dei prezzi, percezione di un’economia incapace di garantire sopravvivenza e futuro. Da lì, la mobilitazione si è espansa rapidamente su scala nazionale e, secondo varie ricostruzioni, ha coinvolto almeno trenta città, soprattutto piccole e medie, con una diffusione che rende la contestazione meno “centrale” e più nazionale, ossia più difficile da contenere senza disperdere risorse coercitive e politiche, fino a diventare la più dura sfida al potere clericale degli ultimi decenni. La novità decisiva, però, non è consistita solo nella dimensione della piazza, ma anche nella stratificazione sociale della protesta. Crisi materiale, crisi di governance e crisi di dignità si sono intrecciate in un’unica narrazione di delegittimazione, mentre lo Stato ha risposto combinando repressione fisica e controllo dell’informazione, fino a una restrizione drastica delle comunicazioni, culminata nel blackout quasi totale della rete Internet e della conseguente durissima e sanguinosa repressione.

Se si assume come linea di demarcazione l’“Onda Verde” del 2009, la traiettoria delle proteste iraniane mostra un progressivo spostamento: dalla domanda di riforma “dentro” il sistema, a una contestazione sempre più diretta della capacità del sistema di produrre ordine, benessere e diritti. Nel 2009 esisteva ancora, pur in condizioni difficili, un campo riformista percepito come possibile veicolo di cambiamento interno. Guidato da due alti esponenti del periodo rivoluzionario, il laico Mir-Hossein Mousavi e l’Hojatolislam Mehdi Kharrubi, quel campo incarnava un riformismo endogeno, radicato nella legittimità della Repubblica islamica, che rivendicava trasparenza elettorale, legalità costituzionale, ampliamento delle libertà civili e un riequilibrio tra componente repubblicana e potere degli apparati, senza porre come obiettivo immediato il rovesciamento dell’ordine istituzionale. Oggi quella valvola appare in larga misura consumata: la protesta si muove più spesso senza intermediari, diffidando di mediazioni istituzionali e costruendo un repertorio che mescola piazza, boicottaggi, micro-disobbedienze e rifiuti simbolici. Questa erosione del canale riformista è uno dei fattori che rendono la crisi più minacciosa per la stabilità di lungo periodo, perché riduce gli spazi di ricomposizione politica “dall’interno”. Soffocata duramente durante la presidenza Ahmadinejad, la protesta – come fenomeno carsico – si è riproposta con forza nel novembre 2019, ma in un contesto diverso e sotto il governo riformista di Rouhani. Allora il detonatore, potente ma circoscritto, fu l’aumento improvviso del prezzo dei carburanti annunciato nella notte del 15 novembre, percepito come misura regressiva in un’economia già compressa da crisi e sanzioni. In poche ore le manifestazioni si estesero ben oltre Teheran, coinvolgendo molte città medie e aree periferiche, con un profilo sociale più popolare rispetto al 2009. La risposta statale fu rapidissima e letale, accompagnata da un blackout quasi totale di Internet deciso dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (17 novembre), che ridusse il coordinamento dei manifestanti e, soprattutto, rese difficile la verifica indipendente della repressione. Amnesty International ha ricostruito come l’oscuramento della rete abbia facilitato uccisioni, arresti e intimidazioni, contribuendo alla forte divergenza delle stime sulle vittime e facendo del “Bloody Aban” (il “novembre di sangue”) un precedente decisivo per comprendere la “tecnica” repressiva poi riattivata nei cicli successivi.

Le proteste economiche si saldano con la richiesta di diritti

Nel 2022, il baricentro della contestazione si è spostato ancora: la morte di Mahsa Amini, dopo il suo arresto da parte della polizia morale, ha trasformato un caso individuale in una mobilitazione nazionale centrata su corpi, costumi e libertà, condensata nello slogan “Donna, Vita, Libertà”. Quel ciclo ha allargato in modo significativo la partecipazione femminile e giovanile, ha saldato rivendicazioni di diritti con frustrazioni socio-economiche e, soprattutto, ha intaccato la pretesa dello Stato di regolare la sfera intima come fondamento dell’ordine pubblico. Anche in quel caso la repressione, inclusi arresti, violenza diffusa e restrizioni all’informazione, ha mirato non solo a spegnere la piazza, ma a ripristinare un controllo sociale quotidiano, capillare, “normalizzato”.

È su questa stratificazione che si innesta il 2025–2026: qui l’economia non è solo l’innesco, ma la cornice che abbraccia tutto – svalutazione, inflazione, aspettative distrutte, disuguaglianze percepite come “ingiuste” perché connesse a reti di privilegio e impunità. E quando la protesta nasce nel cuore commerciale e simbolico della capitale, come il bazar, il messaggio implicito è che il patto minimo tra governanti e governati (sicurezza in cambio di vita “vivibile”) è in rottura. Dopo il 2022, infatti, la dimensione dei corpi e delle libertà individuali non è più un capitolo separato: è parte costitutiva della delegittimazione. La questione della dignità, intesa come diritto a scegliere, lavorare, circolare, parlare, vivere senza umiliazione amministrativa o coercizione morale, funziona come collante tra gruppi sociali diversi e spiega perché un detonatore economico possa rapidamente trasformarsi, ancora una volta, in una crisi politica più ampia. La gestione dell’ordine pubblico si è intrecciata in modo più sistematico con il controllo delle comunicazioni: interruzioni di Internet e telecomunicazioni, restrizioni alle piattaforme, pressione su giornalisti e operatori dell’informazione. Questo riduce il coordinamento immediato, ma aumenta incertezza e radicalizzazione, oltre a ostacolare la verifica indipendente di arresti e vittime. Non è soltanto censura: è una tecnologia di governo della crisi. Oggi si può affermare che la leadership iraniana stia affrontando l’instabilità domestica in una fase di vulnerabilità strategica percepita come più alta rispetto a cicli precedenti, con un capitale di deterrenza e prestigio eroso e minori margini per “spostare” l’attenzione all’esterno senza costi.

Il punto decisivo, per chi osserva la stabilità del regime, non è soltanto la brutalità in sé, già vista in passato, ma l’integrazione tra coercizione, controllo informativo e narrazione di sicurezza nazionale. Qui si inserisce un tema destinato a durare: l’ipotesi di una trasformazione strutturale dell’ecosistema digitale iraniano verso un modello “a lista consentita”, dove l’accesso alla rete globale diventa selettivo e gerarchizzato, con effetti economici e sociali potenzialmente destabilizzanti nel medio periodo. Proprio perché questa integrazione tra forza, opacità informativa e securitizzazione non descrive solo una risposta contingente ma una possibile ridefinizione del modo di governare, la domanda decisiva diventa quale traiettoria imboccherà il sistema nei prossimi mesi: da qui discendono i quattro scenari preminenti e più accreditati e perché.

Quattro scenari possibili

La letteratura comparata sulle transizioni autoritarie e molte analisi recenti sull’Iran convergono su un punto essenziale: una caduta immediata in senso rivoluzionario è possibile, ma non è l’esito “naturale” delle crisi di piazza; più spesso si osservano forme di riconfigurazione autoritaria, talvolta persino più dure e adattive, salvo che intervengano shock di élite o fratture negli apparati coercitivi. Su questa base, le valutazioni più ricorrenti in ambito accademico e nei centri studi delineano quattro traiettorie plausibili, non necessariamente alternative fra loro e, in alcuni casi, persino sequenziali.

Una prima traiettoria è di una stabilizzazione coercitiva con concessioni selettive. È lo scenario di breve periodo più citato dagli analisti e dall’intelligence non solo occidentale: il potere tenta di ripristinare una stabilità apparente combinando repressione mirata e concessioni economiche circoscritte, come sussidi, interventi tampone, rimpasti, segnali anticorruzione. La sua efficacia dipenderebbe essenzialmente da due condizioni: che la protesta non si trasformi in scioperi sincronizzati e che gli apparati restino coesi. Nel medio periodo, tuttavia, questa via tende a lasciare in eredità una società più alienata e un sistema più dipendente dalla forza: lo si riconosce quando, accanto a misure economiche d’emergenza presentate come “risposte ai bisogni”, il discorso pubblico irrigidisce la distinzione tra “protesta” e “terrorismo”, gli arresti diventano più selettivi e chirurgici, e la connettività viene ripristinata solo a tratti, come se l’accesso alla rete fosse un beneficio revocabile più che un’infrastruttura civile.

Un secondo scenario potrebbe contemplare una svolta pretoriana e un ruolo sempre più pervasivo dei corpi di sicurezza.  In questa traiettoria la sopravvivenza del sistema passa per una militarizzazione della governance: gli apparati di sicurezza diventano non solo strumenti, ma architravi del potere politico ed economico. La facciata istituzionale può rimanere in piedi, ma il baricentro scivola verso logiche securitarie e verso una gestione patrimoniale delle risorse. È uno sbocco particolarmente plausibile se la leadership percepisce la crisi come esistenziale e se la successione al vertice, quando avverrà, aprirà competizioni più dure tra reti di potere. Nella quotidianità, questo scenario “si vede” quando i comandanti e le strutture parallele occupano sempre più lo spazio mediatico, quando nuove norme estendono in modo permanente compiti di sicurezza interna, quando i controlli si allargano a economia e supply chain, e quando la retorica dell’“emergenza” smette di essere eccezione per diventare routine amministrativa.

Un terzo scenario va verso il rafforzamento di un’autocrazia pragmatica, in cui a una ricalibratura economica corrisponde una de-escalation esterna. Non significa liberalizzazione politica sostanziale, ma trasformazione della legittimazione: il potere smette di chiedere consenso soprattutto in nome della missione rivoluzionaria e della contrapposizione geopolitica. Prova invece a fondare la propria sopravvivenza su risultati tangibili: stabilità dei prezzi, occupazione, servizi più affidabili, prevedibilità normativa, una “normalizzazione” del quotidiano. In questa logica l’architettura autoritaria resta intatta, ma si tenta di abbassare la conflittualità sociale tramite una gestione più tecnocratica dell’economia e, se possibile, una riduzione delle tensioni esterne che attenui sanzioni e isolamento, recuperando consenso “per prestazione” più che per mobilitazione ideologica.

Infine, lo scenario meno frequente, ma più dirompente è quello della rottura sistemica. La protesta si salda con scioperi e/o con fratture negli apparati, mentre le aree periferiche, spesso segnate da frizioni etniche e socioeconomiche, diventano moltiplicatori di instabilità, costringendo lo Stato a disperdere risorse coercitive. Qui l’esperienza comparata invita alla cautela: la transizione non è automaticamente democratica; quando un autoritarismo implode in un clima violento o sotto pressione esterna, spesso emergono nuove forme autoritarie o competizioni tra “cartelli” di potere.

Queste quattro traiettorie non sono “previsioni”, ma lenti interpretative: aiutano a leggere se la Repubblica islamica stia cercando di comprare tempo con la forza e qualche correttivo, se stia evolvendo verso una forma più apertamente pretoriana, se tenti una normalizzazione pragmatica, o se entri in una fase di rottura in cui variabili interne ed esterne si alimentano a vicenda. In ogni caso, resta aperta la domanda su quale tempo abbia inaugurato l’ondata attuale. La storia iraniana insegna che il lutto può diventare infrastruttura politica: un calendario di commemorazioni che conserva nomi, produce solidarietà e riattiva la mobilitazione quando l’attenzione pubblica sembra dissolversi. Se nel 1978 il chehelom fu una cerniera tra piazze e rivoluzione, nel 2026 potrebbe essere, più realisticamente, una cerniera tra piazze e scenari: stabilizzazione coercitiva, pretorianizzazione, pragmatismo autoritario o rottura sistemica. In tutti i casi, la variabile decisiva sarà la stessa che la storia consegna, con una chiarezza quasi brutale: non quanto a lungo una società riesca a protestare, ma quanto a lungo lo Stato riesca a governare senza ascoltare le legittime richieste del proprio popolo.

(Foto: wikipedia .org)

  • Michele Brunelli

    Professore associato di Storia e istituzioni dell’Asia presso l’Università degli studi di Bergamo. Insegna anche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia.