Il 4 ottobre 2025, dopo aver visitato la Basilica superiore di Assisi, Giorgia Meloni ha tenuto un discorso dal balcone della piazza inferiore. In quella cornice solenne la presidente del Consiglio ha rivendicato l’importanza simbolica e culturale della recente proclamazione del 4 ottobre a festa nazionale. La notizia dell’approvazione della legge al Senato e alla Camera con una larghissima maggioranza (a Montecitorio 247 favorevoli, 8 astenuti e 2 contrari) ha aperto in modo altisonante le celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di Francesco d’Assisi (1226-2026).
Francesco e l’identità italiana
Anche San Francesco è stato arruolato dalla destra di governo tra i “precursori” di un’identità italiana che si sarebbe formata – con buona pace della storia – ben prima del processo unitario: “Oggi il popolo italiano rivolge lo sguardo qui, al Poverello d’Assisi”, ha esordito Meloni, “perché San Francesco è una delle figure fondative dell’identità italiana, forse la principale. Ha scritto il testo poetico più antico della nostra letteratura, il Cantico delle Creature. E quei versi hanno aperto la strada che ha guidato Dante, Petrarca, Boccaccio”. Francesco aveva svolto, dunque, una grandiosa azione culturale, andata ben oltre i confini italiani. Ma alla presidente del Consiglio sta a cuore soprattutto il Francesco uomo d’azione, “rapido fin quasi ad essere precipitoso nei compiti che assumeva o negli impegni che prendeva”, un capo che “non amava i compromessi, le mezze verità, i sotterfugi”, un uomo “estremo, ma non un estremista”, pronto a combattere nei tempi “tormentati” che ebbe in sorte, come travagliato è il presente, ha osservato una Meloni alle prese, in quei giorni, con un’opinione pubblica indignata di fronte al massacro di palestinesi a Gaza. Infine, per fugare qualunque sospetto di “progressismo” di questo leader nato, chiariva come egli avesse sì “dato l’esempio della povertà, ma non quello della miseria, che lui e i suoi fratelli hanno sempre combattuto”. Insomma, per Meloni, “Il legislatore ha scelto di restituire San Francesco – la sua eredità, il suo messaggio, il suo carisma – alla dimensione pubblica e civile di questa Nazione”.
Nessun accenno, invece, alla necessità di restituire san Francesco alla storia, così da poterne leggere l’operato senza piegarlo alle esigenze del presente. Del resto, per Meloni (e non solo), non si tratta di capire cosa ha detto Francesco e perché, o di rileggere il suo operato all’interno di un preciso contesto storico: quella di guardare a questo Francesco, ha ribadito la premier, è “una scelta di identità. Un atto d’amore per l’Italia e per il suo popolo”. Tanta è l’importanza simbolica del Santo che Meloni ha concluso il suo discorso facendo riferimento alla necessità di coinvolgere gli istituti culturali italiani all’estero per diffonderne l’immagine (quella nazional-patriottica, oppure una più rispondente alla storia?).
Come ritrovare il “Francesco della storia”?
Con il discorso “francescano” di Giorgia Meloni torna a riproporsi quella frattura tra il Francesco della storia e le sue traduzioni mitiche, che ne ha accompagnato per secoli l’eredità culturale e spirituale[1]: “il vero Francesco», osservava anni fa Girolamo Arnaldi, «sembra sfuggire alla presa e continua a presentarsi con tutte le non risolte antinomie che hanno reso così complicata e, a suo modo, così affascinante la vicenda secolare della disputa attorno alla sua eredità”[2]. All’inizio del suo discorso, la presidente del Consiglio ha citato in modo esplicito Vincenzo Gioberti, che nel suo Del Primato morale e civile degli italiani (1846), aveva definito Francesco come “il più amabile, il più poetico e il più italiano de’ nostri santi”. Ma nella sua fisionomia complessiva, il testo di Meloni colpisce per i punti di contatto e le linee di continuità con l’intervento che nel 1925, alla vigilia di un altro centenario, Benito Mussolini volle dedicare a Francesco d’Assisi. Anche allora il governo italiano aveva decretato che l’occasione del transito dovesse trovare una solenne consacrazione nel calendario: così fu per il 4 ottobre 1926.
Nel messaggio del 1925, rivolto alle rappresentanze italiane all’estero in occasione dell’imminente VII centenario, il duce esaltò in Francesco “il più alto genio della poesia, con Dante; il più audace navigatore degli oceani, con Colombo; la mente più profonda alle arti e alle scienze, con Leonardo”; con Francesco, insomma, l’Italia aveva dato “il più santo dei santi al cristianesimo e all’umanità”. Nel suo scritto, il duce volle soprattutto celebrare le virtù del santo di Assisi, che sembravano calzare alla perfezione, a suo dire, alla “nuova Italia” da lui guidata: “semplicità dello spirito”, “ardore”, disponibilità alla rinuncia e al sacrificio. Fra il 1925 e il 1927 il regime avrebbe dispiegato non poche risorse finanziarie e simboliche nella celebrazione del VII centenario francescano. In quell’occasione, Mussolini seppe giocare una partita politica e simbolica volta a legittimare il suo regime come incarnazione dell’italianità ben rappresentata dal Santo di Assisi. Com’è ovvio, tra i due testi vi sono molte differenze. Nel discorso di Meloni è presente un richiamo alla pace, tanto accorato quanto astratto, sapientemente collegato al ricordo di papa Francesco. Nel testo di Mussolini, invece, Francesco è utilizzato come faro di italianità anche in riferimento ai milioni di italiani fuori d’Italia: il centenario conobbe ad esempio importanti celebrazioni nelle Little Italies oltreoceano, tra continue sovrapposizioni tra francescanesimo e fascismo.
Il discorso meloniano, dunque, non costituisce una novità; semmai, è l’ultimo anello di una catena di strumentalizzazioni e riusi del volto di Francesco. Forse è riduttivo ricondurre questa deformazione alla sola destra a caccia di miti identitari. Colpisce, ad esempio, l’insistenza con cui nella divulgazione giornalistica si è parlato del volto “italiano” di Francesco, facendone un simbolo delle virtù migliori della presunta identità italiana. Si tratta di semplificazioni grossolane e fuorvianti, ma efficaci. Da mesi la classifica dei libri più venduti è dominata da un libro su Francesco che ha per sottotitolo Il primo italiano.
[1] Per un vasto campionario, San Francesco d’Italia. Santità e identità nazionale, a cura di T. Caliò, R. Rusconi, Roma, Viella, 2011; Francesco da Assisi, a cura di M. Benedetti e T. Subini, Roma, Carocci, 2019; Pensare Francesco. Storia, memoria e uso politico, a cura di V. De Cesaris, D. Menozzi, A. Possieri, A Roccucci, Bologna, il Mulino, 2025.
[2] G. Arnaldi, San Francesco oggi, in Id., Conoscenza storica e mestiere di storico, Bologna, il Mulino, 2010, p. 233; G. G. Merlo, Frate Francesco, Bologna, il Mulino, 2017.
(Foto: dalla Leggenda di Francesco – Il dono del mantello di Giotto di Bondone, commons.wikipedia.org)

