Grande è l’attivismo della cosiddetta “sinistra per il sì” al referendum sulla giustizia. Ma ancor più grande e sonora è la grancassa riservata ad essa dai media governativi di destra. Non sorprende, ma dovrebbe fare riflettere.
La portata politica e costituzionale del quesito
Il merito del quesito conta e discuterne è buona cosa. Ma mi permetto un paio di rilievi. Il primo: neppure si può ignorare il contesto e la portata politica del referendum. Mi limito ai titoli: la posta politica della quale Meloni e il governo hanno caricato riforma e referendum; le molteplici azioni dell’esecutivo tese al palese obiettivo di sottrarsi ai poteri di garanzia e al controllo di legalità; la tempistica che conferisce alla contesa referendaria carattere prodromico alla sfida delle prossime politiche. Si converrà che l’esito del referendum non sarà ininfluente sulla ravvicinata competizione elettorale. Decontestualizzare politicamente la questione, come usa dire, sarebbe come esorcizzare la mucca nel corridoio.
Il secondo verte più specificamente sul contenuto e sul rilievo costituzionale della partita. La riforma Nordio dovrebbe fare problema sia per il metodo che per il merito. Come è noto, essa è stata varata unilateralmente da maggioranza e governo. Non un solo emendamento della minoranza è stato accolto. Una prassi programmaticamente opposta a quella che si conviene alla materia costituzionale, che non è un dettaglio e che va energicamente contestata in radice. Non assecondata. A sua volta sarebbe ingenuo e superficiale non mettere in relazione il contenuto di questa riforma con l’altra, decisamente più dirompente e significativamente definita “madre” dalla stessa premier ovvero il premierato. Che non ha riscontro nel mondo, mina gli equilibri costituzionali, depotenzia parlamento e presidenza della Repubblica nel suo ruolo arbitrale, ridisegna l’architettura dello Stato tutto concentrando il potere sul “capo” del governo con una investitura di stampo plebiscitario.
Il bagaglio culturale dell’Ulivo e del Pd: discutiamone
Uno degli argomenti principe degli esponenti della sinistra per il sì è che la norma sarebbe nel bagaglio culturale dell’Ulivo e del PD. Tesi assai tirata. Non si rammenta che la Bicamerale, nel 1997, fu semmai uno strappo rispetto al primo governo dell’Ulivo presieduto da Prodi, una operazione più consociativa che “costituente” (suggellata dal “patto della crostata” della consorte di Gianni Letta); che l’interlocutore non era una destra del tutto estranea alla cultura costituzionale quale quella oggi al governo; che neppure Berlusconi, che pure lo avrebbe voluto, si era spinto a tanto, come dimostra l’esultanza dei suoi eredi, che a lui hanno dedicato tale traguardo conseguito solo oggi. Ma, ancor più, a proposito del dna del Pd, merita citare un passo del suo Manifesto dei valori che vedo dimenticato: “La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale”. Francamente sorprende che una sinistra che si professa liberale non avverta le insidie inscritte in un disegno riformatore figlio di culture e di partiti assai lontani da un sentimento liberal-democratico.
A ben vedere, gli esponenti Pd che si riconoscono nella suddetta “sinistra per il sì” si qualificano e si distinguono dalla linea del partito anche su altri fronti – dalla politica estera a quella economica e del lavoro – scontando una contraddizione: proprio chi, a sinistra e nel Pd, più si è speso per propiziare una democrazia competitiva e dell’alternanza approda a posizioni contigue a quelle della destra, a convergenze innaturali dal sapore consociativo. Quasi al pensiero unico. Estenuando il senso e l’attrattiva di una postura che si connoti per il nitore di una alternatività alle destre al governo. Una sinistra se non “per il sì al governo”, comunque troppo incline a compromessi con esso. Avevamo inteso che il PD si fosse affrancato dal virus consociativo e governista che lo aveva condotto alle debacle del 2018 e del 2022.
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esemplare e signorile, Monaco li smonta gli affannati sinistri per il governo. Purtroppo, faranno anche di peggio.
Speriamo che sia peggio per loro, che già fin troppo, immeritatamente hanno avuto, e non peggio per il paese.,
sintesi efficace e corretta. mi permetto aggiungere che nel merito la c d “sinistra per il si” non può esimersi dal riconoscere la totale irrilevanza della riforma rispetto alle attese di cittadini ed imprese che quotidianamente scontano inefficienze e ritardi che nulla hanno a che vedere con una separazione delle carriere di fatto già risolta dalla riforma Cartabbia.
Sembra il si bella sinistra una sorta du scongiuro . Piuttosto voler prévenire che la Destra posso intestarsi una Vittoria grimaldello per altre riforme che una scelta basata su valutazioni di merito . Il rischio di pavimentare la strada per un avanzamento verso lo stato totalitario portô già nel 2025 iPopolari a votre a favore delle legge Acerbo ! Ora gli amici del Si réplicà’no lo stesso errore .
condivido totalmente le riflessioni di Franco Monaco. Pur riconoscendomi nell’ispirazione riformista del pd, perchè la ritengo l’ispirazione più coerente con la discontinuità che il pd avrebbe dovuto introdurre nell’offerta politica italiana, tuttavia mi pare che i riformisti del sì tradiscono oltre le incongruenze segnalate da Monaco, anche un eccessivo elemento ideologico “massimalista” nell’approccio che stanno dando alla questione referendaria. Aspetto quest’ultimo che più degli altri, si pone in palese contraddizione con l’ispirazione riformista, che ha fatto della ragionevolezza e del senso della misura le sue cifre fondamentali.
Il continuo esplicito insistere sul fatto che i magistrati distruggono ciò che il Governo e le Forze dell’Ordine fanno, mantra che accomuna Tajani Salvini e Meloni, mostra, senza ombra di dubbio, come essi intendano il rapporto tra esecutivo e Magistratura. Ed è per questo che vogliono la riforma. Del resto, anche in questi giorni, di fronte alla tragedia svizzera, la loro pretesa è che il governo elvetico dica alla magistratura che cosa debba fare. E, intanto, il loro maestro Trump stabilisce lui se i poliziotti hanno fatto bene ad uccidere. Resistere…
È OVVIO CHE LA GENTE NON PUÒ AVERE PIÙ FIDUCIA CON LA SINISTRA E SE VOTANO SI VUOL DIRE CHE LA!DESTRA GOVERNERÀ PER ALTRI 10 ANNI PERCHÉ ORMAI ALTERNATIVA E OPPOSIZIONE NON ESISTE. .. CONSIDERARE CHE I SPACCA CARROZZA calenda e renzi li definisco minuscoli politici non hanno stabilità e competenza