Su Settimananews si è aperto un interessante dibattito intorno alla questione somma della pace. Un’autorità teologica che amiamo, come don Severino Dianich, ha messo a confronto l’intervento del presidente Mattarella alla cerimonia dello scambio istituzionale di auguri di fine anno con i contenuti del Messaggio per la Giornata della pace 2026 appena pubblicato da papa Leone XIV. Da una parte, l’appello del primo alla necessità della “spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva”, perseguendo “finalità di tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una politica rispettosa del diritto internazionale”. Dall’altra parte, il richiamo del secondo: “Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui”.
Si tratta di due logiche contrapposte che non possono parlarsi? Dianich accentua una diversità: “Il primo modo di vedere resta interno ad una visione del mondo rivolta al passato, nel quale la guerra ha sempre insanguinato lo scorrere dei secoli. Il secondo è rivolto al futuro ed è sorretto dalla certezza che la pace c’è, e ha la forza di eliminare la guerra, ‘una pace disarmata e una pace disarmante’, come aveva augurato al mondo papa Leone all’inizio del suo pontificato. Il primo è un discorso ‘laico’, la cui argomentazione è affidata alla ragione. Il secondo è un discorso cristiano, nel quale al pessimismo della ragione si intreccia la speranza della fede”. E poi rafforza il suo argomentare, con una frase sintetica che ricade sui dibattiti attuali dello scenario internazionale: “Anche l’ideale dell’indipendenza e della libertà della nazione non può essere sostenuto ad oltranza”.
Riprendendo il tema, Marcello Neri ha osservato che occorre distinguere le responsabilità istituzionali specifiche di ciascuno dei due protagonisti: “In un momento come questo, in cui basta un nulla affinché le forze del male si impadroniscano del governo del mondo, sarei più cauto nel giudicare quella che potremmo chiamare la ‘fede costituzionale’ di Mattarella. Lo sarei perché rappresenta una istanza penultima molto prossima a quella custodia della pace che ci viene come dovere, in quanto cristiani, dal futuro di Dio”. E rispetto al tema della legittima difesa e dell’indipendenza nazionale, osserva: “Su quest’ultima mi chiedo: che pace è quella che fa vincere il male, che si arrende alla sua diffusione e apre le porte all’allargamento del suo impero?”
Dai principi alla realtà storica
Che dire? Personalmente, e con la necessaria modestia, penso che rappresentare una contrapposizione in termini di principio tra i due approcci non ci porti molto lontano. Chiedere agli esseri umani di rispondere al mondo sicuri del primato interiore della pace e persistendo disarmati nel vortice della storia è un richiamo evangelico che riguarda senz’altro la possibilità di scelte personali e di gruppo che vadano controcorrente (può convertire i singoli, le comunità, i circuiti personali). Ma lascia scoperta la dimensione della mediazione istituzionale e sociale del messaggio evangelico (è evidente che non può convertire direttamente il mondo intero: se Dio avesse voluto intervenire con questa forza nelle vicende umane non si sarebbe affidato alla logica del piccolo seme del Regno). Ed è evidente che chi governa sceglie per gli altri e può rischiare su di sé gli effetti della nonviolenza, non sugli altri, particolarmente sui più deboli. Non credo quindi si possa sostenere immediatamente l’esigenza di una nonviolenza assoluta a prezzo di assistere impotenti alla strage degli innocenti.
Ma dall’altra parte, chiedere agli esseri umani di adeguarsi senza sporgenze al peggio che si esprime nella loro psiche e nella loro volontà di sopraffazione, confidando soltanto nella logica della deterrenza e della sicurezza militare (si vis pacem para bellum) ci avvolge direttamente nella contraddizione di un innalzamento progressivo del livello di ogni scontro reale. Induce ineluttabilmente ad aggravare i conflitti, non a risolverli, perpetuando la catena delle reazioni. E travolgendo infine non solo ogni ispirazione evangelica possibile, ma anche ogni ragionevolezza umana, che ci induce a insistere pervicacemente sulla preferenza assoluta per la pace rispetto alla guerra, come condizione di sopravvivenza e magari anche di sviluppo nella pienezza dell’umanità.
Quindi, nessun discorso sulla pace e sulla guerra tiene se lasciato solo a livello di questi principi generale ed astratti. Quasi che le conseguenze del principio fossero sempre ovvie e lapalissiane. Il parallelo richiamo a una qualche forma di assoluto dimentica che noi siamo invece immersi nel relativo, nel contingente, nella necessità di discernere la complessità. Dove non sempre è evidente come muoverci. Dove è chiesta una continua istanza di collegamento tra principii e realtà. Est modus in rebus. La chiave – per quanto io riesco a comprendere – sta proprio in quella parolina usata da don Severino: “ad oltranza”. Ogni ragionamento giusto, portato al suo limite, esorbita il punto e inizia a non convincere. In ogni caso – e in ogni momento storico, senza abusare di paragoni spesso fuorvianti – bisogna chiedersi, weberianamente, quale sia la conseguenza delle proprie scelte: non siamo mai abbastanza dotati di etica della responsabilità (che non si contrappone all’etica della convinzione, come falsamente qualche interprete crede, ma virtuosamente dovrebbe intrecciarsi con essa).
Tenere assieme esigenze contrapposte: compito difficile ma insuperabile
Occorre quindi che l’appello alla difesa dell’inerme identifichi il suo limite nella necessità di affiancare la preparazione difensiva e la legittima difesa (di ogni bene relativo, foss’anche dell’indipendenza nazionale), a modelli di diplomazia e di negoziato, di controllo politico. Interventi limitativi che prima di tutto scongiurino il rischio della soluzione violenta dei conflitti: questo sarebbe sempre la priorità, perché non è detto che i naturali conflitti tra esseri umani debbano sfociare nella violenza. E che in seguito – nello sciagurato caso sia stato necessario ricorrere alla forza – mirino a limitare la violenza necessaria, a controllare e a depotenziare lo scontro, a trovare forme di uscita dalle guerre e di riduzione del danno. Parlando con il lupo, certo (papa Leone richiama Agostino e l’urgenza di amare anche i nemici della pace…), magari dopo avergli impedito di sbranare l’agnello. E aggiungendo che occorre sempre evitare i manicheismi assoluti: in termini storico-politici nessuno Stato o popolo è solo pecora e nessuno è solo lupo. Il primato dell’esigenza di fare convivere gli esseri umani porta sempre a portarsi con sé una dose di autocritica, da aggiungere all’identificazione dell’ingiusto aggressore. Non siamo “noi” ad aver sempre ragione e totalmente ragione: le ragioni degli altri vanno sempre comprese, ovviamente in modo critico. Oggi nel caso di Gaza e dell’Ucraina può essere sconsolante vedere i limiti delle tregue in atto (o anche solo prospettate) e delle correlate operazioni di superamento dei conflitti, ma occorre mettersi nella logica del possibile, perché altrimenti l’unica alternativa è parlare a vanvera di una ipotetica “pace giusta”, che in pratica significa solo continuare ed aggravare semplicemente le guerre fino a una presunta “vittoria totale del bene”, che non fa parte della storia.
Come dall’altra parte, bisogna che ogni convinzione sulla primazia della pace, quella “piccola fiamma” che è già viva nel mondo e nell’interiorità degli esseri umani e che deve illuminare le tenebre secondo il messaggio del papa, stimoli una conseguente operazione di organizzazione concreta della costruzione della pace, che non si limiti all’appello buonista alla conversione di tutti, ma si specializzi nella comprensione delle ragioni dei conflitti umani, sappia sviscerarne le conseguenze, prevenga il loro peggioramento, costruisca ipotesi di intesa sul piano appunto diplomatico, ma anche più ampiamente culturale e civile. Scenda sul piano di considerare il male del mondo – che nel cuore degli esseri umani esiste – e la possibilità reale di limitarlo, disattivarlo, circoscriverlo. Non si può dar per scontato che la pace di Cristo sconvolga magicamente i piani degli esseri umani, senza che i suoi seguaci siano capaci di costruire pazientemente alternative reali sempre più solide. Non basta confidare nell’esortazione buonista. Evitando di delineare volontaristici scenari futuri costruiti in modo velleitario, ma perseguendo convintamente le alternative possibili alla difesa armata. Rendere la difesa popolare nonviolenta o i “corpi di pace” strumenti più credibili può essere una strada: non certo quella di abolire dall’oggi al domani la difesa militare. Ha ragione quindi papa Leone a denunciare lo sconcertante aumento recente delle spese militari, ma difficilmente partendo da quella sacrosanta osservazione possiamo arrivare a dire che siamo tranquillamente nelle condizioni di fare a meno di una difesa sensata (europea, magari…, più che inefficientemente nazionale). Una difesa sempre guidata dalla volontà politica di usarla al minimo possibile, in vista di un disegno esplicitamente ispirato al primato della pace da costruire.
Indubbiamente c’è molto lavoro da fare, ma contrapporre vangelo e ragione non mi pare aiuti questo arduo ma indispensabile lavoro.
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Apprezzo lo sforzo di Guido Formigoni nel mostrare le buone ragioni di entrambi i punti di vista, di Severino Dianich e di Marcello Neri. Così pure mi convince la sottolineatura di Neri circa la distinzione tra le rispettive responsabilità istituzionali del teologo e del presidente Mattarella. Solo nutro una preoccupazione ovvero che non si raccolga compiutamente il senso e l’utilità della provocazione di Dianich, che si diplomatizzino o addirittura si anestetizzino le sporgenze problematiche da lui segnalate; che ci si contenti di un approccio concordista, che semplicemente riconosca le ragioni di entrambi e sminuisca la forza delle contraddizioni messe in luce da Dianich.
Questa mia preoccupazione prende corpo in taluni interrogativi che mi limito a formulare, pur senza svolgerli, che spero possano chiarire il senso della preoccupazione stessa.
Primo: so bene che le istanze di valore devono essere mediate e implementate nella realtà mobile e complessa, ma penso che la “differenza evangelica” debba pur sempre preservare un proprio spessore riconoscibile. Se non in tema di guerra e pace su quale altro terreno privilegiato? Mi sovviene l’insoddisfazione manifestata al riguardo in sede di Vaticano secondo da Lercaro e Dossetti rispetto alla pur avanzata sintesi della Gaudium et Spes sull’argomento.
Secondo: certo, non possiamo limitarci a “fare il verso” al magistero della Chiesa nei giudizi pratici e contingenti, ma neppure possiamo ignorare – e interrogarci – circa la linea evolutiva del magistero, specie pontificio, dell’ultimo mezzo secolo: dalla dottrina della guerra giusta o giustificabile al perentorio “mai più la guerra”.
Terzo: capisco che si debba correggere un certo ingenuo irenismo che si riscontra alla base nel popolo cattolico, ma, tra le élite pensanti (e talvolta saccenti), si riviene un limite opposto: quasi la colpevolizzazione del sano anelito alla pace e del rifiuto della guerra della gente semplice. A mio avviso, cosa buona.
Quarto: questa polarizzazione si manifesta anche nella lettura-interpretazione dell’art. 11 della Costituzione. Da tempo si esagera nel rimarcare che la seconda parte di esso prescriva di non limitarsi alla sua prima e tuttavia neppure si può estenuare il senso e la forza del suo incipit: “l’Italia ripudia la guerra”, formula perentoria che riflette una precisa volontà dei costituenti, il portato della loro meditazione sulla tragedia della seconda guerra mondiale. Che fa tutt’uno con il fondamento e lo spirito della Costituzione nel suo complesso.
Quinto: com è noto, il “mai più la guerra” sta anche a fondamento della costruzione europea. Come non avvertire il senso di una stridente contraddizione con la decisione recente della Ue di rassegnarsi a una economia di guerra? Come altrimenti definire la deliberazione di destinare 800 miliardi nei prossimi cinque anni nel quadro di un bilancio comunitario tuttora striminzito?
Sesto: semplificando assai – me ne rendo conto – è proprio una bestemmia rappresentare la nostra condizione di democratici ed europei (europeisti) come stretta nel seguente dilemma: al fianco di Trump (er puzzone) e dei suoi controversi accordi di pace o al fianco del leader europei loro malgrado impegnati in piani di riarmo dell’Ucraina e della Ue?
Settimo: il Signore ci conservi Mattarella, uomo saggio e presidente equanime, spesso sospinto dalle circostanze e dall’inadeguatezza del ceto politico a un’azione di surroga, ma credo non sia una mancanza di rispetto a lui osservare che, a rigore, la politica estera è semmai competenza precipua di parlamento e governo.
Domande, solo domande che tuttavia conducono a prendere sul serio la provocazione di don Dianich. Certo sono rigorosamente distinte le “responsabilità istituzionali “ del Papa da quelle del presidente della Repubblica. E tuttavia con l’avvertenza che la Chiesa non è solo istituzione, è anche e ancor più comunità e comuntà speciale, custode e testimone di una “differenza” che ne rappresenta l’identità genetica e la missione peculiare e inderogabile.
Comprendo e faccio mie le riflessioni pacate – in un momento né pacato né moderato – di Guido Formigoni e di Franco Monaco.
Va bene. D’accordo.
Ma poi cerchiamo, per favore, di porci anche ad un livello di pensiero politico adeguato alle sfide del XXI secolo (in cui gli Usa non esportano democrazia con le armi, ma importano caudillismo e snaturano la loro democrazia …).
Se c’è un principio orientativo possibile questo è la pace: mettiamola come vogliamo.
Pace che è ripudio della guerra, nonviolenza e anti-militarismo.
Pace, che contiene la giustizia sociale, che contiene l’ecologia.
Ecco perché credo che dobbiamo sforzarci di portare il discorso su questo livello più alto. O la politica non significa nulla, ma solo potere da una parte e (al massimo) contenimento del potere dall’altra.
Se ha ancora un senso pesare politicamente, questo mi pare necessario.
Forse è poco, ma è l’essenziale: come tutti i papi contemporanei ci dicono, tra l’altro.
Mi limito ad osservare, riservandomi più fondate e motivate riflessioni, che oggi diventa sempre più difficile tenere distinto, a questo proposito, un discorso utopico profetico finale da uno razionale storico e che l’utopia (o la beatitudine) della pace da obiettivo finale (metastorico e trascendente) sta diventando una esigenza razionale storicamente necessaria, perché una guerra attuale non produrrebbe solo una morfogenesi transitoria, ma metterebbe in gioco i destini dell’umanità intera e del cosmo stesso. So che questa convinzione chiama in causa la fiducia. Ma altrettanta fiducia, non certezza, è anche quella che fosse riposta nei cavalli e carri del Faraone, come diceva papa Francesco. Che preferiva l’efficacia maggiore riposta nella disarmata e disarmante “colonna di fuoco”. E, come ora papa Leone, fiducia proponeva ai politici e alle istituzioni, non alle anime belle dei singoli.
Mi inserisco, come parte in causa, in questo rilancio di riflessione sul tema della pace e dell’apporto che il cristianesimo può dare alla sua edificazione in questo momento storico. Lo faccio solo per dare ragione del mio intervento, molto breve e riferito alla provocazione di son Severino. Due i motivi che mi avevano spinto a scrivere: 1) trovavo riduttivo, e in parte contrproducente, ridurre tutto l’intervento del presidente Mattarella all’unico passaggio citato da Dianich; 2) trovo molto richioso, in questo momento, concentrare tale provocazione sui due punti suggeriti da Dianich – ossia, mettere in questione la legittimità morale della guerra di difesa e di pensare la pace in cambio di una cessione di sovranità non negoziata con il consenso di tutte le parti in causa.
Comprendo e sono d’accordo con Franco Monaco quando chiede di raccogliere la provocazione di don Severino – ma avanzo una ulteriore questione: la profezia non è solo critica del potere istituzionale così come esso viene esercitato dalle varie “potenze”, ma anche individuazione di percorsi concreti di giustizia. Mi sembra che su questo punto la teologia cattolica non riesca a dire molto – certo, appelli urgenti e magari provocanti, ma senza proposte che rendano concreto qualcosa di prossimo alla pace e non una resa alle ragioni del più forte di turno.
Non possiedo titoli al pari degli interlocutori del dibattito, ma come credente mi sono interrogato sul tema. Alla fine offro due indicazioni forse banali, forse già sapute, ma che personalmente mi “orientano” ogni volta che incorro in dibattiti simili.
Primo. Attingendo ad alcune indicazione di L. Boltanski (Stati di pace. Una sociologia dell’amore, 2005) occorre contestualizzare la posizione dei “realisti”, dei “pacifisti” e dei “pacifici”. Schematicamente i contesti sono indicati dai quadri disegnati dalle ascisse (disputa-non disputa) e ordinate (non equivalenza-equivalenza) che disegnano gli ambiti propri di Guerra (disputa e non equivalenza); Giustizia (disputa-equivalenza); Agape (non disputa-non equivalenza) [tralascio il 4° quadro]. Evidentemente risulta che la Giustizia sia sempre frutto di un compromesso, sia sempre in divenire, nella misura in cui attinge dalle istanze dell’Agape che vive di non disputa e non equivalenza( non reciprocità).
(invito a disegnare gli assi cartesiani…lo spazio del commento non li ha riconosciuti… Scusate)
Secondo. Entro questo spazio si collocano allora i soggetti. A parte i bellicisti, Giustizia è compito dei “realisti”, coloro che applicano valutazioni ragionevoli (di Mattarella e quelle da alcuni di voi chiaramente espresse). Agape è quadro proprio dei “pacifici” che assumono in pieno la testimonianza evangelica della non violenza, dell’amore dei nemici ecc. I “pacifisti”? Si vorrebbe collocarli nel quadro dei pacifici, andando incontro alle aporie indicate dal dibattito. Credo che sia meglio collocarli nel quadro che cerca Giustizia (da cui sgorga la pace): lì il loro compito è interfacciarsi manifestando/testimoniando quei principi e valori non violenti che vorremo vedere realizzati. Un pacifista può essere certo in sé pacifico, ma quando si colloca sul piano pubblico non si tratta di cedere alla ragione come contrapposta all’agape, quanto di agire sempre più perché le istanze di agape (che Boltanski da sociologo assume al di là della confessionalità) si incarnino nella storia. È questo il modo dell’incarnazione del Logos, la graduale a irreversibile crescita del Regno nella storia.
Dunque: 1) il cristiano sa dove collocarsi: devo essere un pacifico e assumermi le conseguenze della mia testimonianza (Dianich vuole richiamarci a questo? Come i primi cristiani che rifiutavano l’uso delle armi); 2) in quanto “pacifista” nel mio agire sul piano della ricerca della giustizia (perché non c’è agape senza giustizia e non solo viceversa) se non posso trasporre meccanicamente le condizioni agapiche posso sollecitare forme di azione non violenza, una cultura militare sempre più rivolta alla pace, epurata da ideologie belliciste, a sollecitare l’attenzione alle diverse dimensioni sociali-economiche di una “pace integrale” ecc. assumendo la responsabilità civile di una cittadinanza attiva interfacciata criticamente con la responsabilità di chi decide politicamente. “Criticamente” significa assumendosi la responsabilità di condividere quelle scelte non ideologiche ma squisitamente politiche. Che via via manifestano la via pro tempore migliore e praticabile per la giustizia e la pace.