Si chiama “guerra dei dazi” e la sta promuovendo il presidente Trump. Ha obiettivi economici e geopolitici e quando al presidente Trump è stato chiesto se avesse fatto studiare l’impatto economico, la risposta è stata che “andrà tutto bene, non serve fare analisi”. In più, molto spesso i dazi minacciati non si sono concretizzati coerentemente con la minaccia. Trump usa il rinvio per trattare su altre questioni, come diremo. Ciò però introduce nell’economia una costante e perenne incertezza che, alla lunga, provoca costi insostenibili alle imprese dei paesi potenzialmente colpiti. In più c’è un paradosso: i consumatori e le imprese americane si stanno accaparrando beni stranieri “prima” che vengano introdotti i dazi ed il deficit commerciale Usa in questi mesi è significativamente aumentato! In questo contesto, la risposta europea dovrà essere ben calibrata per non aggiungere errore ad errore.

La logica protezionista

Con queste premesse proviamo a mettere ordine le cose cominciando con i fondamentali. I dazi (in inglese su usa il termine tariffs) sono in sostanza delle tasse che si applicano sui beni in entrata in un paese ed hanno lo scopo di ridurre il volume di importazioni di quel paese. I dazi sono pagati dagli importatori (in questo caso gli importatori negli Stati Uniti) al governo degli Stati Uniti. Gli importatori trasferiscono tipicamente il dazio sul prezzo finale (in tutto o in parte a seconda della competizione di merci interne) e la cosa si risolve in un aumento di prezzo (finale) per il consumatore degli Stati Uniti, se si tratta di beni finali (esempio automobili), o per le imprese degli Stati Uniti, se si tratta di beni intermedi (es. acciaio ed alluminio). I consumatori e le imprese dovrebbero sostituire i beni esteri che hanno un prezzo più alto con beni nazionali, che però non sono sempre disponibili. La sostituzione di produzione straniera con produzione nazionale può avvenire promuovendo investimenti esteri nel paese che impone i dazi, magari attraverso un abbassamento delle barriere all’ingresso di capitali per nuove attività produttive. Questa strategia è abbastanza esplicita nel caso del presidente Trump, ma può funzionare solo su alcuni beni e non su tutti e, inoltre, richiede investimenti che saranno realizzati solo negli anni.

Normalmente, in un contesto in cui un paese, in questo caso gli Stati Uniti, aumenta i dazi per i beni provenienti da altri paesi, per esempio paesi dell’Unione europea o Cina o Canada o Messico, i colpiti reagiscono introducendo dei dazi sui beni esportati da quel paese. Ai dazi Usa si aggiungono i dazi degli altri paesi nei confronti dei prodotti americani. Questa è la guerra dei dazi che, normalmente, determina inflazione e minore benessere a livello globale.

Nonostante le forti critiche che si possono esprimere sul fenomeno della globalizzazione, che provoca evidentemente delocalizzazioni produttive verso i paesi a bassi costi di produzione, non vi è dubbio che un contesto in cui il commercio mondiale viene colpito e ridimensionato da una guerra dei dazi è certamente peggiore di un contesto di piena libertà nei commerci internazionali.

Il Presidente Trump ha usato due argomenti differenti per motivare i dazi applicati (o minacciati) di recente: da un lato la riduzione del deficit commerciale americano con alcuni paesi e dall’altro l’uso politico dei dazi per indurre altri paesi a impegnarsi su altri temi, come i controlli migratori, oppure per indurli a trattare addirittura nuovi assetti istituzionali, come nel caso del Canada. Nel caso dei rapporti con l’Europa la franchezza del Presidente Trump lo ha indotto ad affermare che l’Unione Europea è nata per “fregare” gli americani. In realtà, la capacità industriale europea (insieme a quella cinese in particolare) ha da tempo spiazzato quella americana ed il tema del rinascimento dell’industria americana è stato affrontato da tutte le amministrazioni Usa, a partire da quella Obama. Di recente, per esempio, l’amministrazione Biden ha posto dei divieti molto significativi (quindi non dazi, ma divieti!) all’esportazione dagli Usa di microprocessori di quinta generazione verso la Cina per evitare di dotare i cinesi di tecnologia di livello elevato utilizzabile in particolare in contesti militari. Ciò ha sicuramente rallentato i processi innovativi in quelle tecnologie essenziali, processi che da tempo sono il frutto della cooperazione tra imprese appartenenti a contesti geopolitici diversi. Le guerre tariffarie e commerciali hanno quindi un fortissimo effetto di rallentamento dei processi innovativi.

I rapporti con l’Europa

Il deficit commerciale americano è una realtà complessa perché occorre distinguere la bilancia di beni e merci dalla bilancia commerciale dei servizi. Nel 2024 quello derivante da beni e merci è stato di 1210 miliardi (+14% rispetto al 2023) con 2080 miliardi di esportazioni dagli Usa agli altri paesi (+1,9% rispetto al 2023) e con 3300 miliardi di importazioni (+6%). Per la parte di servizi gli Stati Uniti hanno un avanzo commerciale di 293 miliardi di dollari (+5%). Il disavanzo commerciale complessivo è di 926 miliardi di dollari nel 2024 contro i 773,4 nel 2023.

L’Unione Europea ha recentemente pubblicato un rapporto sugli impatti dei dazi americani utilizzando i dati del 2023. Il surplus commerciale dell’Ue rispetto agli Usa per le merci è stato in quell’anno di 157 miliardi di euro (le importazioni Ue dagli Usa sono 347,2 miliardi di euro e le esportazioni Ue verso gli USA sono stati di 503,8 miliardi di euro per le merci) ed il deficit commerciale dell’UE rispetto agli Usa è stato di 109 miliardi nei servizi (le importazioni Ue di servizi dagli Usa sono stati di 427,3 miliardi di euro mentre le esportazioni Ue verso gli Usa sono stati di 318,7 miliardi di euro per i servizi). Quindi il deficit netto è stato di 48 miliardi di euro.

Si noti in particolare come l’Europa esporta merci per 503,8 miliardi verso gli Usa e importi 427,3 miliardi di euro di servizi dagli Usa! Inoltre, complessivamente Unione Europea e Stati Uniti hanno scambiato nel 2023 per beni e servizi in un anno 1,6 trilioni di euro, circa 4,4 miliardi di euro al giorno! Gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale dell’Europa e l’Europa il primo per gli Stati Uniti se si considerano le merci.

I settori europei maggiormente interessati dai possibili dazi sono quello della meccanica (25,4% dell’export), dei prodotti farmaceutici (16,6%), dell’automotive (13,4%). L’agroalimentare pesa per il 5,5%. Dagli Usa l’Europa importa prodotti energetici (24,7%) e prodotti meccanici e farmaceutici (per oltre il 30%). Sul fronte dei servizi l’Ue ne importa per il 38% per i diritti di proprietà intellettuale (acquisto o utilizzo di diritti legati a brevetti), per il 30% acquista servizi per le imprese e per quasi il 10% per servizi informatici Ict (che l’Europa esporta in Usa in una misura significativa del 19,3% del totale).

Quali sono gli impatti possibili sulla crescita europea? L’analisi della Banca centrale europea suggerisce che una tariffa del 25% sui beni europei ridurrebbe la crescita del Pil dell’Eurozona di circa 0,3 punti percentuali nel primo anno (un valore comunque importante). Se l’Ue dovesse reagire con le proprie tariffe, questa cifra potrebbe salire a 0,5 punti percentuali. L’impatto maggiore sulla crescita economica si concentrerebbe intorno al primo anno dopo l’aumento delle tariffe; diminuirebbe poi nel tempo, lasciando comunque un effetto negativo persistente sul livello della produzione. L’inflazione Usa aumenterà e trascinerà verso l’alto anche quella europea. I rischi sono più concreti tanto che la Banca centrale americana (Fed) ha preannunciato uno scenario praticamente di stagnazione del Pil e di livello di inflazione in aumento. Si tratta del peggiore degli scenari possibili che fa preoccupare sia i mercati finanziari che i mercati reali, immettendoli in una spirale di incertezza dagli incerti sviluppi.

Si tenga conto che i dazi sono oggetto di regolamentazione da parte dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) creata nel 1995 per garantire coordinamento commerciale. L’imposizione di dazi può essere oggetto di ricorso presso il Wto e può determinare cause tra paesi.

Tra Usa ed Europa non esiste un accordo complessivo sull’interscambio, ma singoli accordi specifici. Il tentativo di promuovere un accordo globale (Ttip) fu avviato nel 2013 ma affossato dalle opinioni pubbliche europee e americane prima e da Trump poi nel 2019. Fu una occasione persa.

Da quando Trump si è insediato invece ha introdotto i seguenti provvedimenti presenti nella tabella qui sotto.

DAZI INTRODOTTI DA TRUMP DAL 20/1/2025 FINO AL 12 MARZO 2025
Area colpitaDescrizioneStato
Cina10% su importIn vigore dal 4/2/2025
Messico25% su importIn vigore dal 4/3/2025
Canada e Messico25% sulla quasi tutto l’import, più basso sull’energiaIn vigore dal 4/3/2025
CinaUlteriore 10% su tutte le importazioniIn vigore dal 4/3/2025
Mondo25% su alluminio e acciaioIn vigore dal 12/3/2025
Canada e MessicoSospensione per beni inclusi nell’accordo commercialeParzialmente sospeso dal 6/3/2025
MondoDazio non specificato su tutti i prodotti agricoliProgrammato dal 2/4/2025
MondoDazio non specificato su tutte le auto straniereProgrammato dal 2/4/2025

Reazioni e risposte internazionali

Alle introduzioni di nuovi dazi ed all’annuncio di quelli che partiranno in aprile, tutti i paesi interessati hanno reagito in modo differenziato. Il Canada ha annunciato dazi per 20 miliardi, l’Unione europea ne ha annunciati per 26 miliardi di dollari (si tratta delle stesse misure attivate ai tempi dei dazi della prima amministrazione Trump, un elenco piuttosto lungo) in due fasi (2 aprile e 16 aprile). Il Regno Unito intende chiudere un accordo unilaterale, mentre il Messico deciderà dopo l’introduzione definitiva dei dazi. Cina, Giappone e Corea del Nord si sono incontrati nei giorni scorsi a Tokyo per concordare un’azione comune contro i dazi americani.

Diverse sono le valutazioni su ciò che sta accadendo. Non vi è dubbio che i notevoli sussidi alla produzione del governo cinese, che hanno permesso alla Cina di conquistare una leadership nel commercio internazionale, ed i dazi introdotti dalla prima amministrazione Trump hanno fortemente influenzato il commercio internazionale. Di recente anche l’Europa ha annunciato dazi, in particolare per evitare l’ingresso di prodotti realizzati all’estero emettendo eccessiva CO2.

Trump ha adesso maggiore libertà politica per tentare una strada evidentemente pericolosa per l’economia americana, in primo luogo. Le entrate fiscali derivante dai dazi non compenseranno la perdita di entrate derivante da minore produzione (e scambi). La possibilità che gli investimenti dall’estero possano compensare i giochi appare piuttosto remota.

La risposta ai dazi americani con l’introduzione di dazi da parte dei paesi colpiti non è condivisa da alcuni analisti economici autorevoli. Se dal punto di vista geopolitico la reazione appare necessaria, sul piano economico indubbiamente aggiunge problema a problema. L’impatto negativo dei dazi potrà essere mitigato da politiche monetarie (espansive) e di cambio adeguate. Occorre inoltre diversificare i partner commerciali e misurare in modo selettivo le reazioni. Il destino del mondo è affidato ad una lotta muscolare che non promette bene. L’Europa si presenta a questa partita apparentemente poco coesa ed ancora indecisa, ma dobbiamo contare sempre su un sorprendente sussulto di orgoglio.

Crediti foto di Piret Ilver su Unsplash

  • Francesco Timpano

    Professore di Economia politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.