Quanti stati o colpi di grazia esistono? Ci sono parole che squarciano il senso comune e portano in altri universi paralleli. Solo qualche esempio, tanto per capirci. Non c’è grazia senza sofferenza: così ci dice Robert Bresson, maestro di cinema e cristiano radicale in odore di giansenismo che ha raccontato storie di salvezza e riscatto da parte di vittime predestinate e redente dal proprio sacrificio. Completamente diversa la grazia secondo Paolo Sorrentino, definita come “la bellezza del dubbio”. Due interpretazioni di un lemma, comunque unite dal collante della domanda interiore e della questione morale, nel segno di una spiritualità viandante che cerca il cammino più che la meta.

Il presidente, il potere e il dubbio

Dopo due film molto ego-riferiti e etnocentrici (Napoli caput mundi: È stata la mano di Dio e Parthenope), Paolo Sorrentino torna ad occuparsi di un argomento che da sempre lo stuzzica: il potere, come situazione esistenziale, tra esperienza individuale e servizio pubblico, tra palcoscenico e quotidianità in corpore vili. Il suo ultimo film, La Grazia – uno dei suoi vertici, diciamolo subito – perfeziona una riflessione iniziata già con il Divo (la figura inerme di un Andreotti sulfureo e mannaro) e proseguita con Loro (una lettura di Berlusconi statista da burletta e capostipite del neo-liberismo degenere della destra autocrate). Una riflessione sempre alla maniera di Sorrentino, certo, autore che non interviene mai nel tema a muso duro e non si azzarda ad andare in scia all’austero Kieslowski del “Decalogo”, ma circumnaviga, scruta, pensa, secerne ironia e si interroga sulle aporie del presente con acuto e lucido garbo.

Qui il protagonista è un immaginario presidente della Repubblica, Mariano De Santis, che si accinge a entrare nel semestre bianco, l’ultimo miglio del suo mandato. Un epigono di razza dinosaura democristiana, vedovo e cattolico, appesantito dagli anni, da una senilità che lo obbliga a fare i conti con il passato dove è conficcato un macigno residuale a forma di sospetto (la moglie Aurora, amatissima ma fedifraga) e con qualche acciacco (si addormenta mentre prega, ha smesso da un po’di sognare). Ha alle spalle una onorata carriera da giurista, ha scritto un ponderoso manuale di diritto penale (denominato Himalaya K3 per imponenza), è stato un uomo che ha garantito l’immobilismo granitico (“cemento armato” è il suo soprannome) degli equilibri, la stabilità istituzionale, un attendista e un traghettatore di fiducia che procrastina e rattoppa (sei le crisi di governo sventate), sostenuto dalla burocrazia che a suo avviso ci preserva e ci vaccina dalle decisioni affrettate. Ora si accinge a giocare la sua partita finale, uscendone indenne, e non vede l’ora di farlo. E invece l’imprevisto complica i suoi ultimi giorni al Quirinale. Il Presidente è chiamato a scelte difficili che giacciono disturbanti come un impiccio sulla scrivania: se firmare la legge controversa sull’eutanasia in Italia, sotto lo sguardo del Vaticano, e se concedere la delicata domanda di grazia per un uomo e una donna, entrambi in carcere per avere eliminato i relativi compagni: il primo ha ucciso la moglie malata di Alzheimer, la seconda – vittima di continue violenze – ha inferto 18 coltellate al marito mentre dormiva.Che fare? Alle prese con la sua coscienza, il presidente è assistito dalla figlia, Dorotea, giurista come il padre (non a caso, il suo nome richiama alla corrente della Dc che ebbe tra le sue fila esempi di moderazione come Mariano Rumor, Antonio Segni, Emilio Colombo e Aldo Moro, campioni di moderazione). È la figlia Dorotea che rammenta al genitore di non fumare (“hai un polmone solo, ricordi?”) e a vigilare sulla sua drastica dieta alimentare (“Questa non è una cena, è un’ipotesi!”, commenta l’amica di sempre Coco Valori, invitata a tavola). Ed è sempre la figlia che sprona il genitore a dare un segno di rinnovamento politico, di progettualità futura.

Squarci di verità e risposte difficili

Sorrentino non ama la struttura lineare e compiuta. E’ autore rapsodico ed enciclopedico, le sue opere sono zibaldoni e regesti multistrato, osservanti la forma ma non per questo meno sovversivi: al nucleo narrativo aggiunge sospensioni e deviazioni, note in calce che hanno la vividezza dell’aforisma e dettagli rivelatori, rinchiude i personaggi in uno spazio chiuso e soffocato dal protocollo, senza mai perdere di vista la loro umanità e senza negarsi la variazione dei registri e delle atmosfere che vanno dal dramma da camera alle “bollicine” della commedia sofisticata, dalla solennità dei ruoli al bisogno di leggerezza. Sorrentino rifugge dalle tesi precostituite e dalle lezioni ex cathedra, ci chiede attenzione nel leggere dietro la superficie e dentro quella faglia più o meno larga che separa la lettera dallo spirito, il testo dal senso.

La Grazia, pur tra la sue audacie inventive (il papa nero con i dread, l’orecchino e lo scooter che emette un mantra folgorante: “Dio non concede risposte, la nostra vita è fatta di domande, le risposte non le danno neanche la scienza e il diritto”; il rap di Guè Pequeno che squarta il cerimoniale), ci parla di lutto e di fragilità, di memoria e della famiglia che è terreno di scontro ma anche di riconciliazione, della ricerca della verità sempre nutrita dal dubbio – verità che non è sempre vicina al diritto – e della conoscenza della profondità caso per caso, che non possono prescindere dall’amore per sé stessi e gli altri. Amore che significa fare un passo indietro (o in avanti?), amore che trova il suo compimento civile nella politica, come si desume da un finale in cui il Capo dello Stato distingue colpe e pene, coniugando anche con coerenza privato e pubblico.

“Di chi sono i nostri giorni?”: è questa la domanda che viene ripetuta come refrain. Risposta facile e, come spesso capita, le cose semplici sono le più difficili. I nostri giorni sono nostri, dipendono da noi e dalle nostre scelte, dalle nostre responsabilità anche politiche, certo. Da questo punto di vista, il film ci restituisce la reputazione credibile di una politica che guarda al domani e non solo all’oggi, che abbia possibilmente una mente larga (e non solo il campo) e sappia coltivare ancora il piacere dell’onestà.

Ci sarebbe ancora molto da dire su La Grazia di Sorrentino. A cominciare dagli attori, tutti straordinari (Toni Servillo, Anna Ferzetti, Milvia Marigliano…), a riprova che la qualità è corale. Mi limito solo a una postilla. Molti hanno trovato nella figura del presidente molte somiglianze con Mattarella. Ci sarebbero forse anche altri candidati tirati in ballo: Scalfaro e Cossiga, per esempio. Una cosa è sicura, a prescindere da questi giochi di sovrapposizione: nel caso di Mattarella, il film gli calza come un guanto. Bellissimo l’exit del film, una piccola lezione sull’eleganza, che è sostanza e non solamente decoro, partendo dall’intervista concessa alla direttrice di “Vogue” e dentro un guardaroba, quello della moglie, assenza che è eterna presenza. Ovvero, non basta l’abito a fare il monaco, se manca l’anima.

(Foto: Mariano De Santis in una scena del film – wikipedia.org)

  • Nino Dolfo Notizie

    Nino Dolfo è stato docente di materie letterarie negli istituti superiori. Dagli anni Settanta è iniziata la sua attività di giornalista pubblicistica, come critico
    cinematografico e cronista di cultura. Collabora con il Corriere della Sera.